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L'odore del Natale

E' in giornate come queste, mentre si avvicina il Natale, quando il presepe è già lì, soffice come il cuscino di quando ero bambina, che mi manca chi è partito.
Penso a nonna Tatà, ai pomeriggi fumiganti di dicembre, trascorsi nella sua cucina, dove ogni cassetto, ogni sportello del tinello proteggeva le storie della nostra grande famiglia.
Ricordo la vigilia dell'Immacolata, la nonna che di mattina, come di tradizione, andava dal parrucchiere, perchè la sera avrebbe avuto tutta la famiglia alla sua tavola ed era giusto farsi trovare in ordine.
La rivedo, poi, con la cuffia in testa, per non rovinare la piega, a friggere i cardi in pastella, che avevano il profumo delle festività che iniziavano.
Quell'odore si sprigionava per tutta la casa che a me, bambina, sembrava sconfinata. Io facevo le corse da un punto all'altro del corridoio e dalla cucina mia nonna: "Vieni che ti do una cosa".
Mi allettava con il suo sorriso senza fine e con i suoi modi energici, senza mai dirmi certi "stai attenta", che sono il passaporto di paure che ti porteri dietro per sempre.
Poi arrivava Santa Lucia e c'erano i pentoloni caricati di chili e chili di grano duro.
La nonna li allestiva all'alba del tredici e per quel giorno, complice la devozione di mia madre, mi era permesso un giorno di vacanza dalla scuola.
Io andavo da nonna sul presto e mi godevo il rito della preparazione della cuccia.
Era una solennità da povera gente, che la nonna aveva imparato da bambina, quando le feste arrivavano e c'era poco da spendere, ma tanto da condividere.
L'odore del grano cotto, mischiato con i ceci e con le foglie di alloro, mi entrava nella pancia, ma prima passava la porta del cuore.
Per quel giorno non si mangiava altro, perchè la nonna diceva sempre che a Santa Lucia si deve fare "la guardia", che dalle nostre parti equivale al fioretto di non mangiare altro se non il cibo dedicato alla santa.
Mi torna in mente la tavola apparecchiata con la tovaglia buona e al centro cestini di vimini colmi di mandarini, melograni e ravanelli. E ancora i vassoi pieni di panettone e buccellato, sempre pronti a darci il benvenuto. Penso, su tutto, al calore di chi guidava i passi di quella casa antica. La forza di Tatà, che non si stancava mai di accogliere, abbracciare, scaldarci, con gli occhi, con le mani, con l'anima sconfinata, di cui Dio le aveva fatto dono.
Poi mi viene in mente nonno Raffaele, i suoi occhioni azzurri e il suo cuore buono.
La mattina di Natale si metteva il vestito della festa e alle 11 in punto veniva a prendermi.
Io, tutta infiocchettata e con il sorriso tanto, che hanno i bimbi fortunati alla mattina del 25, gli davo la manina e andavamo insieme alla messa solenne di mezzogiorno.
Ricordo perfettamente la consistenza della mia mano dentro quella del nonno.
Quella sensazione salvifica del sentirsi al sicuro.
La certezza che non mi sarebbe potuto accadere nulla.
Dopo la messa il nonno mi portava a vedere il presepe, nella navata laterale della nostra chiesa Madre.
Mi raccontava, a modo suo, la magia della natività, con la storiella di Nardo, il pastore pigro e con la leggenda dello "spirdatu du presepe".
Cantilenava un po' in italiano, un po' in siciliano e io pendevo dalle sue labbra, sperando che quel racconto durasse all'infinito. E' rara e preziosa l'arte del sapere raccontare. Mio nonno con le sue parole apriva un incanto.
Poi tornavamo a casa e in certe stradine antiche, da dove sentivamo il rumore dei piatti e il profumo delle cose buone, mio nonno mi cantava "è arrivata la stella cometa", una canzoncina che forse aveva inventato lui o forse aveva imparato da bambino...chissà.
Io mi sentivo esattamente felice, avevo addosso quel calore che non ti spieghi, che solo l'amore senza interessi può far passare da un cuore all'altro.
Sono passati più di venticique anni, ma io ricordo ogni cosa, come se tutto fosse accaduto all'alba di oggi.
Quando passeggio tra questi pensieri, mi scendono lacrime cariche di ricchezza.
Ho la certezza che questo tesoro è una delle fortune della mia vita.
E' un'eredità che nessuno potrà togliermi.
E' un gioiello prezioso, che non avrà paura nè del tempo, nè dello spazio.
In questi ricordi mi accoccolo tutte le volte, che il mondo mi ricorda che la sincerità, la misericordia, l'onestà, sono prerogative di pochi.
Sono ricordi che mi fanno sentire fortunata, del privilegio che ho avuto: fare collezioni di momenti che salvano la vita. Essere essere stata il centro di un micro-cosmo buono, dove c'era posto per tutti, dove l'amore era distribuito secondo logiche di moltiplicazione e mai di difetto.
Mi piacerebbe un giorno scrivere per intero la storia della mia famiglia, mi piacerebbe farlo per dare onore a chi mi ha aiutata a diventare grande, sforzandosi di insegnarmi sempre a essere una persona migliore.
Intanto scelgo di condividere queste parole con voi, sperando che per qualcuno possano essere una mano sulla spalla, una carezza, una coperta calda.


 

Pubblicato il 10/12/2011 alle 10.58 nella rubrica Diario.

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