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scrivendomi
14 agosto 2009
A ferragosto...
Ho passato due soli ferragosto al mare. Il primo, a diciotto anni, per mettermi in pari con quella lista di cose, sulle quali i miei dicevano "le potrai fare quando sarai maggiorenne". Ricordo ogni cosa di quell'estate, fatta di corse affannose verso innocenti libertà di provincia e di quanto tutto ciò, alla fine della conquista, risultò irrimediabilmente noioso. Imparai, però, che dietro la proibizione violata, a volte, c'è solo un paradiso burroso. Non dimenticai la lezione. Il secondo ferragosto al mare non lo ricordo quasi per niente. Per il resto dei ferragosto della mia vita, ricordo lunghe gite in campagna, che iniziavano la mattina presto e finivano di notte. Insieme a me, prima dei miei genitori, c'era mio nonno Raffaele, che in quelle giornate riusciva a essere anche più buono del solito. Aprivamo la porticina della casetta "alle serre", una piccola baita per poveri, un unico ambiente fatto di pietre e mattoni, una finestrelle scontornata e un mobilio indispensabile, proprio come mio nonno. Il tavolo rotondo e rassicurante, un vecchio divano di tweed e un frigo malconcio, che il nonno aveva ereditato da uno zio "d'America". Nonno Raffaele veniva a prendermi prestissimo, quando il resto del paesino sonnecchiava ancora. Montavamo la giostra di tutte le nostre gioie e le rallegravamo con il suono della chitarra, del mandolino e delle nostre solite canzoncine: Amico è, Parlami d'amore Mariù, Champagne per brindare a un incontro. Gli altri invitati ci sorprendevano perfettamente felici, come solo un nonno e la sua nipotina riescono a esserlo, riproponendo a rallentatore un'infanzia, che non vuole farsi iscrivere in alcun anagrafe. Poi nonno Raffale mi prendeva per mano e insieme andavamo a raccogliere le more. Era il momento più bello. Mi graffiavo tutte le ditina e mio nonno le disinfettava con foglie d'uva e di mele cotogne. Quando si faceva sera, mentre gli altri arrostivano prelibatezze di carne, noi preparavamo il nostro banchetto da re: le patate cotte alla brace, che io mangiavo anneredomi le mani e la bocca. Ne ricordo perfettamente il sapore, l'odore di abbrustolito e quell'irresistibile consistenza, che è propria delle gioie dei bambini. Ogni anno, come allora, provo a ricucinarle. Sempre nello stesso posto, con quel metodo campestre del nonno. Il sapore, però, da quando con me non c'è il nonno, non è più quello, non può esserlo. Quando torno nella casetta in campagna, in mezzo al ricordo dei ciclamini, degli oleandri - che nonno mi ripeteva sempre "non li avvicinare alla bocca...si muore" - e delle "nzalore", mi pare di risentire la voce di nonno Raffaele, che mi chiama dolcemente "Stellina", risento le note affettuose della sua chitarra e quelle un po' più ruvide del mandolino. Ripercorro la sicurezza che mi dava mio nonno e che stava racchiusa nei suoi occhi azzurri e docili. Mi pare che d'un tratto lui possa materializzarsi in quei luoghi, che sono rimasti i suoi, dentro i quali palpita ancora il suo cuore. Sarà perchè l'anima delle persone buone resta in quanto di buono continua ad accompagnarci...in quanto fa sì che non restiamo mai soli...di questo sono certa...

Ps: Caro A...noi continuiamo a essere di quelli che a ferragosto preferiscono le stelle serene, al mare affollato...e TAT :-)



permalink | inviato da Maristella il 14/8/2009 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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