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30 maggio 2009
A Fausto che non aveva la faccia da campione
 C'è chi nasce candidato a diventare uomo, ma, ben presto, è costretto ad arrendersi alle troppe tentazioni della viltà e deve ripiegare a uno dei tanti ruoli, che ci lasciamo imporre dalla società. C'è chi uomo riesce a diventarlo davvero, mantenendo, a forza di sacrifici e di battiti di cuore, quella semplicità, che da uomini, a un certo punto del cammino fa diventare eroi. Fausto è stato questo: un uomo diventato eroe. Fausto era minuto di corporatura, con il naso affusolato "e gli occhi miti", come canta Gino Paoli. Eppure con le sue gambe, nervacciute e pulsanti, con un cuore coraggioso, come quello di pochi altri, riusciva ad andare su, in quel modo incredibilmente legittimo, che ancora oggi,  anche per chi come me non ha avuto la fortuna di vederlo correre "dal vivo", rappresenta un'emozione rara. Coppi andava su, inseguiva un obiettivo che sarà stato di gran lunga più caparbio della mera soddisfazione di quei cinque Giri d'Italia, dei 2 Tour, dei 4 campionati del mondo, diventati parte di una lunga collezione di vittorie. Per gli altri non c'era scampo. Perchè quando Fausto saliva sui pedali e lanciava i suoi desideri, la sua anima, incontro al traguardo, c'era poco da fare per chi eroe non era. Fausto, nella sua sì vita breve, ma luminosa, credo ci abbia  dato un grande insegnamento: quando c'è una motivazione forte non esistono traguardi irraggiungibili, non ci sono vette alte al punto da non potere essere scalate (e quella cima Coppi - vi assicuro - è una delle cime più paurose ed emozionanti d'Italia). E dire che Coppi non aveva per nulla la faccia da campione. Eppure campione lo è stato sempre, autocandidandosi a tagliare il nastro di tutti quegli arrivi in salita, che valevano doppio, se confrontati con i tanti finti traguardi in discesa, di cui i più si accontentano. Mi piace ricordare Fausto Coppi, quando manca un giorno alla fine del Giro numero 100. Gli esperti dicono che oggi il ciclismo non è più quello di una volta: troppo aria inquinata circonda le due ruote e le gambe di chi pedala. Non voglio entrare nel merito e da appassionata di questo sport, mi piace credere, bonariamente, che sul Mortirolo, giorni fa, i nostri ci abbiano messo lo stesso cuore che ci metteva Fausto. Mi piace ripensare al campione, con la faccia "da uomo qualunque" nell'immagine che ha regalato alla storia uno dei trionfi sportivi più grandi. Una borraccia che - non è stato mai chiarito l'arcano - non si sa se sia passata dalle mani di Gino a quelle di Fausto o viceversa. Uno scatto che è la quintessenza del valore di uno sportivo, ma prima ancora di un uomo, che sa bene cosa significhi rallentare, accostarsi all'avversario più temuto, dargli un minimo sollievo alla fatica per poi ripartire, quasi ad aver pareggiato le armi, per rendere la conquista del traguardo ancora più equa. In una radiocronaca del giro, qualche giorno fa, Davide Cassani, un veterano di questo sport diceva: quando hai di fronte la montagna e hai il cuore dello scalatore, devi sforzarti in tutti i modi di vedere quello che c'è al di là della cima, che non è mai nebbia, non è mai scuro. Solo quello può rendere le tue gambe forti al punto da convincerti che vale la pena di andare avanti. Deve averla pensata così Fausto, tutte le volte che, con la montagna davanti, liberava il cuore, apriva l'anima e il traguardo, quella cima inesplorabile, diventava solo la sua.

Ps: Caro A ricordi una sera di qualche tempo fa quando all'unisono abbiamo scritto "Coppi" e quella canzone diventò un dono prezioso...



permalink | inviato da Maristella il 30/5/2009 alle 19:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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