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25 maggio 2009
Nonno Raffaela, lo zucchero filato e la mia paura di attraversare la strada

 Da piccola amavo, come poche altre cose al mondo, la festa del Tataratà. La amavo, però, a una sola condizione: che con me ci fosse nonno Raffaele. Facevamo coppia fissa per 72 ore consecutive, da quando entrava la prima banda, il venerdì pomeriggio, fino a quando sfilava l'ultimo cavallo, all'albeggiare del lunedì.
Nonno Raffaela mi teneva per mano e non mi lasciava un attimo. La sua, però, non era una presa stretta, somigliava più a una carezza, di quelle che ti fanno sentire al riparo, ma allo stesso tempo ti fanno capire che sei libera di andare per la tua strada.
Io e nonno Raffaele, in quei tre giorni, che la vita, per anni ci ha regalato, avevamo i nostri rituali: lo zucchero filato, da mangiare un po' per uno, il saccheggio di un paio di bancarelle, in cerca di piccoli doni, fuori misura, da scambiarci l'un, l'altra. Poi la visita a casa di zia Maria, con quel suo balcone affacciato su via Roma, stretto solo in apparenza, ma largo abbastanza per contenere tutti noi parenti, che ogni anno vedevamo, almeno, cinque minuti di corteo a cavallo da quell'osservatorio privilegiato. Il bello della festa, però, ce lo godevamo da dietro le transenne. Io ero alta tanto quanto la sbarra, che agli adulti arrivava sulla pancia. Appoggiavo il nasino sul ferro e guardavo la trottola di colori, suoni e rumori, che mi istruivano, anzitempo, a poter distinguere, nella vita, tra quello che vale la pena di vedere e di ascoltare e quanto, invece, è meglio lasciare perdere, perchè ci disturberebbe soltanto.

Poi c'era il momento più complicato: attraversare la strada, tra la fila dei cavalli.

Io mi aggrappavo forte forte alla mano del nonno, chiudevo gli occhi e sceglievo di fidarmi ciecamente. Due istanti più tardi mi ritrovavo dall'altra parte, sana, salva, felice. Quello era il momento in cui davo a mio nonno il bacio più bello, quello che, nella mia anima bambina, corrispondeva "al bacio della salvezza".

Ieri, rivivendo solo qualche minuto della sagra, ho ripensato a mio nonno, allo zucchero filato, che da allora non compro più. Ho cercato con gli occhi il balcone di zia Maria, ma era vuoto. Poi, dovendo attraversare la strada, proprio in mezzo ai cavalli e riscoprendomi un po' bambina, di fronte a una di quelle paure minuscole, che ci colgono di sorpresa, proprio quando noi crediamo di essere all'altezza di tante e più cose, ho ripescato nel cuore la mano di nonno Raffaele. L'ho sentita stringere forte la mia, come allora. Ho avvertito quel calore legittimo, quel tocco soave, ma forte allo stesso tempo, quella certezza che mi sarei ritrovata dall'altra parte, senza neppure avere il tempo di lasciare spazio alla paura della paura. E' stato così. Ho rallentato un attimo, mi sono fermata, non con le gambe, ma con il cuore. Ho sentito dentro me l'adolescenziale perplessità, che ti fa rivedere tante delle piccole sicurezze, alle quali crediamo di approdare, fingendo di essere diventati adulti. E' vero, la vita ci fa rimbalzare, a volte, da un capo all'altro di tanti mondi, ma poi ci riporta spesso in certe direzioni, che conosciamo bene, ma che fatichiamo a imparare a memoria. Ripensando a nonno Raffaele, ai suoi occhi azzurri, seri solo all'apparenza, ma carichi del calore sconfinato dell'onestà, ho sentito dentro una felicità tutta da coltivare. Ho capito che certi tesori, che riposano nel cuore, ci consentono il privilegio di andarli a ripescare tutte le volte che la nostra anima ne ha bisogno. E' questo ci dà la certezza più grande di tutte: l'amore, passato o presente, se abbiamo avuto la fortuna di viverlo, non ci lascerà mai soli.
Ps: Caro A...se solo lo avessi conosciuto, nonno Raffaele, lo avresti amato...perchè lui era un uomo semplice e come sabbiamo bene noi "gli uomini semplici sono sempre eroi".




permalink | inviato da Maristella il 25/5/2009 alle 4:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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