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5 aprile 2009
La festa e il morto della stanza accanto
Luisa era la donna più bella di Bologna.
Mi sarebbe bastato vederla sorridermi due volte di seguito, per  farmi mandare in ferie obbligate la mia piccola, ma ordinata collezione di certezze.
Era bella come certe mattine sul lungomare di Riccione, quando giugno concede un caldo ancora prudente e l'alba,bagnata di sale, pare il dono più bello che il Capo, da lassù, possa concedere.
Quella sera Luisa sarebbe venuta a casa mia. Avrebbe indossato l'abito da sera e avrebbe scelto il suo cappellino più bello. Aspettavo quel momento da novantacinque giorni e mezzo. Da quando l'avevo incontrata per la prima volta e da quel momento qualcosa di sottile, ma forte, aveva legato la mia anima a quella di lei.
3 minuti e 28 secondi: era questo il tempo della mia beatitudine quotidiana.
Ebbene sì. Avevo cronometrato la durata massima dei nostri incontri giornalieri.
"Buongiorno signor Venanzio"
"Buongiorno signorina Luisa, il solito anche oggi?"
"Sì, un kg e un quarto di pane casareccio"
"Prego, buongiorno"
"Buongiorno e arrivederLa presto".
Pur di vederla sorridere, ero diventato cliente di un panificio proprio ai piedi di San Luca, dalla parte opposta di casa mia. Tutte le mattine svettavo con la mia bici Bianchi di seconda mano e sembravo un Girardengo felice, mentre facevo l'ultima salita che mi separava da lei.
Nessuno avrebbe potuto capire, io per primo non mi spiegavo quale misteriosa combinazione mi aveva rivelato quella donna, che aveva gli anni tutti  nei capelli: ricci, neri, perfettamente scombinati.
Quella sera di ottobre avevo organizzato una grande festa nella sala d pranzo di casa mia.
Avevo scoperto che un amico, del mio amico, dell'altro mio amico, frequentava le stesse lezioni di filosofia di Luisa. In facoltà, ogni tanto, sedevano vicini, anche se tra di loro, in mezzo, c'era sempre Giovannina, l'amica del cuore di Lei. Ogni anno gli studenti bolognesi cercavano case tranquille, dove festeggiare l'inizio dell'anno accademico. Luoghi non troppo lontani dal centro, dove poter fumare qualcosa di più e dove fare l'amore in maniera un tantino più comoda del solito amoreggiare d'emergenza.
Io non frequentavo l'università. Dalla vita sognavo altro: il cinema, le immagini, le storie da raccontare. Da sempre la mia passione era stata quella di guardare oltre i vetri delle finestre della gente. Non avevo velleità da voyeuer. Volevo semplicemente convincermi che bastava guardare al di là delle apparenze, per scoprire giornate di sole, anche in pieno inverno.
Casa mia era il luogo ideale per ospitare i sogni frivoli di molti studenti e per permettere a me di dimostrare a Luisa che nessuno, sia nel tempo passato, che in quello presente, che in quello da venire, l'avrebbe amata così come io già l'amavo.
Vivevo da anni solo con mio nonno Vinicio. Era un uomo silenzioso, che parlava con le tante rughe, che gli ricamavano il viso. Non mi va di spiegarvi qui e adesso il perchè di quella coabitazione pacata, perchè ciò nulla toglierebbe, nè aggiungerebbe al racconto dell'amore mio per Luisa.
Ero felice al punto che, il giorno  della festa, mi ero svegliato che non era ancora l'alba. Ero riuscito a trasformare la modestia anonima di casa mia, in un abitacolo sbarazzino e quasi malizioso.
Nulla poteva andare contro al mio desiderio. Volevo solo poggiare il mio cuore vicino a quello di Luisa, il resto sarebbe venuto da sè. In quei novanticique giorni e mezzo, mi ero sforzato, in tutti i modi, di fare dei piccoli passi, tali da portare aria buona al mio amore per lei. Avevo trovato in me un coraggio e una dedizione che non mi spiegavo, che si allineavo poco con la mia poca pazienza, con certa mia rassegnazione, che mi faceva abbandonare le battaglie prima ancora di iniziarle. Eppure sentivo che quella donna, di cui conoscevo a malapena la voce, era riuscita a sciogliere il nodo più tenace della mia anima. Mi bastava vederla solo per pochi istanti per riconciliarmi con la parte più infima di me stesso. Capivo che non potevo che amarla sempre. Così per com'era. Così per come ero io.
Mentre sentivo le voci dei miei invitati salire le scale, in direzione del mio pianerottolo, il mio orecchio è stato perforato da un urlo tremendamente ostile, proveniente dalla stanza da letto di nonno.
Entrato mi sono ritrovato davanti all'unica scena che la vita, quella sera, non avrebbe dovuto srotolarmi.
Mio nonno era morto.
Da mesi aspettavo che per lui arrivasse la fine. La mia era l'attesa tranquilla di chi non ha nulla da rimproverarsi. Negli ultimi mesi, da quando lui era entrato in un limbo vegetativo ed esiliato, gli avevo regalato non dosi, ma porzioni affettuose di cure. Gli ero stato vicino sforzandomi, nella mia limitatezza, di ricambiarli almeno un quarto di tutto l'amore con cui lui mi aveva svezzato.
Bene, anzi male. Era una serata di ottobre, quella candidata, dalla sorte, per farmi realizzare il mio sogno d'amore. Io mi ritrovavo in una camera da letto vecchia, ma dignitosa, in compagnia di un morto.
Avevo due opportunità: mandare tutti a casa, Luisa compresa, rinunciare alla festa e cominciare una veglia funebre, che non avrebbe fatto tornare in vita nonno Vinicio. Così facendo avrei fatto fare mille passi indietro a quell'unico grande passo, maturato in quei 95 giorni e mezzo, carichi di amore, impegno e soprattutto di speranza.
Oppure avrei potuto scegliere di aprire la porta, fare entrare tutti a casa mia e spalancare le porte del mio cuore a Luisa, perchè il nonno, comunque, "non sarebbe tornato a vivere o non sarebbe morto una seconda volta".
Guardai il nonno. Strinsi forte le sue mani tra le mie:
"Nonno Vinicio, so bene che capirai, anzi, se tu potessi parlarmi, adesso, mi suggeriresti di fare quello che accadrà tra poco. Ti amo nonnino bello. Giuro, domani vendo la bici, la cinepresa e pure il mio paltò e ti faccio fare un funerale che tutta Bologna ne parlerà per mesi, che dico per anni. Nonnino mio bello, ti amo e anche per questo non posso rinunciare a Luisa. Anche tu mi hai insegnato che 'se passa il santo e non ti raccomandi in tempo, passano anche i miracoli'.
Baciai nonno Vinicio.
Aprii la porta.
Davanti a me c'era Luisa, bella come non potrei descrivervi.
La presi per mano.
Lei mi lasciò fare.
Da allora ci siamo amati, per non perderci.
Con Luisa abbiamo camminato - e continuiamo a camminare -  insieme per sentieri a volte lievi, altre pieni di peripezie. Ma da quella serata d'ottobre, in cui abbiamo scelto di festeggiare il nostro amore, malgrado di fianco ci fosse nonnoVinicio, che transitava verso il Cielo, abbiamo compreso che sarebbe bastato quel piccolo passo falso - dettato dal dovere di dare conto alla convenzione, alle cose che si devono fare perchè "sennò pare brutto", perchè altrimenti la gente ci sparerà addosso giudizi e maldicenze...perchè dobbiamo accomodare la faccia - per fare volare lontano la possibilità del nostro amore, quasi fossero i pezzi di un giornale stracciato.
"Tanto tuo nonno non sarebbe risuscitato, nè sarebbe morto un'altra volta"
Mi rispose così Luisa, quando le raccontai la verità su quella sera. Il suo candore mi convinse che avevo fatto la cosa giusta. La vita, poi, ha fatto il resto, premiando quel passo importante, dal quale ho avuto il coraggio di non tornare indietro.
A nonno Vinicio, feci il funerale che meritava. Gli porto i fiori tutte le domeniche e dedico a lui la mia vittoria più grande.

Luisa è bella come allora, anche se da quel giorno sono passati quasi quarant'anni.
La amo, come quando andavo a comprare il pane sotto san Luca. Anzi adesso la amo di più...


Questa storia è liberamente tratta da un'intervista, che ho sentito fare al grande Pupi Avati, a cui sono grata per avermi regalato, inconsapevolmente, questo incipit.

Ps: Caro A...e quanto è bella questa storia...te la regalo...e TA




permalink | inviato da Maristella il 5/4/2009 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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