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10 dicembre 2011
L'odore del Natale

E' in giornate come queste, mentre si avvicina il Natale, quando il presepe è già lì, soffice come il cuscino di quando ero bambina, che mi manca chi è partito.
Penso a nonna Tatà, ai pomeriggi fumiganti di dicembre, trascorsi nella sua cucina, dove ogni cassetto, ogni sportello del tinello proteggeva le storie della nostra grande famiglia.
Ricordo la vigilia dell'Immacolata, la nonna che di mattina, come di tradizione, andava dal parrucchiere, perchè la sera avrebbe avuto tutta la famiglia alla sua tavola ed era giusto farsi trovare in ordine.
La rivedo, poi, con la cuffia in testa, per non rovinare la piega, a friggere i cardi in pastella, che avevano il profumo delle festività che iniziavano.
Quell'odore si sprigionava per tutta la casa che a me, bambina, sembrava sconfinata. Io facevo le corse da un punto all'altro del corridoio e dalla cucina mia nonna: "Vieni che ti do una cosa".
Mi allettava con il suo sorriso senza fine e con i suoi modi energici, senza mai dirmi certi "stai attenta", che sono il passaporto di paure che ti porteri dietro per sempre.
Poi arrivava Santa Lucia e c'erano i pentoloni caricati di chili e chili di grano duro.
La nonna li allestiva all'alba del tredici e per quel giorno, complice la devozione di mia madre, mi era permesso un giorno di vacanza dalla scuola.
Io andavo da nonna sul presto e mi godevo il rito della preparazione della cuccia.
Era una solennità da povera gente, che la nonna aveva imparato da bambina, quando le feste arrivavano e c'era poco da spendere, ma tanto da condividere.
L'odore del grano cotto, mischiato con i ceci e con le foglie di alloro, mi entrava nella pancia, ma prima passava la porta del cuore.
Per quel giorno non si mangiava altro, perchè la nonna diceva sempre che a Santa Lucia si deve fare "la guardia", che dalle nostre parti equivale al fioretto di non mangiare altro se non il cibo dedicato alla santa.
Mi torna in mente la tavola apparecchiata con la tovaglia buona e al centro cestini di vimini colmi di mandarini, melograni e ravanelli. E ancora i vassoi pieni di panettone e buccellato, sempre pronti a darci il benvenuto. Penso, su tutto, al calore di chi guidava i passi di quella casa antica. La forza di Tatà, che non si stancava mai di accogliere, abbracciare, scaldarci, con gli occhi, con le mani, con l'anima sconfinata, di cui Dio le aveva fatto dono.
Poi mi viene in mente nonno Raffaele, i suoi occhioni azzurri e il suo cuore buono.
La mattina di Natale si metteva il vestito della festa e alle 11 in punto veniva a prendermi.
Io, tutta infiocchettata e con il sorriso tanto, che hanno i bimbi fortunati alla mattina del 25, gli davo la manina e andavamo insieme alla messa solenne di mezzogiorno.
Ricordo perfettamente la consistenza della mia mano dentro quella del nonno.
Quella sensazione salvifica del sentirsi al sicuro.
La certezza che non mi sarebbe potuto accadere nulla.
Dopo la messa il nonno mi portava a vedere il presepe, nella navata laterale della nostra chiesa Madre.
Mi raccontava, a modo suo, la magia della natività, con la storiella di Nardo, il pastore pigro e con la leggenda dello "spirdatu du presepe".
Cantilenava un po' in italiano, un po' in siciliano e io pendevo dalle sue labbra, sperando che quel racconto durasse all'infinito. E' rara e preziosa l'arte del sapere raccontare. Mio nonno con le sue parole apriva un incanto.
Poi tornavamo a casa e in certe stradine antiche, da dove sentivamo il rumore dei piatti e il profumo delle cose buone, mio nonno mi cantava "è arrivata la stella cometa", una canzoncina che forse aveva inventato lui o forse aveva imparato da bambino...chissà.
Io mi sentivo esattamente felice, avevo addosso quel calore che non ti spieghi, che solo l'amore senza interessi può far passare da un cuore all'altro.
Sono passati più di venticique anni, ma io ricordo ogni cosa, come se tutto fosse accaduto all'alba di oggi.
Quando passeggio tra questi pensieri, mi scendono lacrime cariche di ricchezza.
Ho la certezza che questo tesoro è una delle fortune della mia vita.
E' un'eredità che nessuno potrà togliermi.
E' un gioiello prezioso, che non avrà paura nè del tempo, nè dello spazio.
In questi ricordi mi accoccolo tutte le volte, che il mondo mi ricorda che la sincerità, la misericordia, l'onestà, sono prerogative di pochi.
Sono ricordi che mi fanno sentire fortunata, del privilegio che ho avuto: fare collezioni di momenti che salvano la vita. Essere essere stata il centro di un micro-cosmo buono, dove c'era posto per tutti, dove l'amore era distribuito secondo logiche di moltiplicazione e mai di difetto.
Mi piacerebbe un giorno scrivere per intero la storia della mia famiglia, mi piacerebbe farlo per dare onore a chi mi ha aiutata a diventare grande, sforzandosi di insegnarmi sempre a essere una persona migliore.
Intanto scelgo di condividere queste parole con voi, sperando che per qualcuno possano essere una mano sulla spalla, una carezza, una coperta calda.


 




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2 dicembre 2011
Rosa Parks e il bus dell'uomo bianco

Ieri a Washington è morta a 92 anni Rosa Parks.

Il suo è un nome che potrebbe non dire nulla, ma dietro il quale c'è una storia, che racconta tanto, per alcuni racconta tutto.

Rosa Parks, una cinquantina di anni fa, rispose di no, alla richiesta che le faceva un bianco, di cedergli il posto su un autobus.

All'epoca Rosa Parks faceva la rammendatrice in Alabama, a Montogomery, e prendeva ogni giorno un bus che la portava a lavoro.

Quel rifiuto le costò il carcere, ma da allora il mondo, per i neri, cambiò.

Fu l'inizio della lotta per l'eguaglianza.

Fu l'origine del riscatto.

Rosa Parks da rammendatrice diventò l'assistente del deputato Conyers, ma soprattutto diventò la stakanovistica madre del movimento per i diritti civili.

In Alabama, però, anche i neri la guardarono con una diffidenza, figlia della paura del più forte.

Ha concluso una vita lunga e mai casuale a Detroit, città che la adottò e che, in vita, le dedicò una strada e anche una scuola.


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sentimenti
1 dicembre 2011
Don Paolo e l'istituto di credito con gli interessi al 100%

Dopo due anni di assenza, ho deciso di tornare a dedicarmi al mio blog. Ho scelto di farlo con l'inizio dell'avvento, perchè mi farebbe piacere ripristinare la tradizione (già avviata in queste pagine, qualche anno fa, del calendario dell'Avvento). Vi invito quindi a leggermi, da qui al 25 dicembre prossimo. Oggi inzio con una bella storia, che mi riporta a un dicembre di diversi anni fa. Buona lettura

Maristella

 

Qualche anno fa ebbi il piacere di conoscere un prete del movimento dei Focolari di Chiara Lubich.
Si chiama don Paolo e, all'epoca, faceva apostolato in un paesino tra Napoli e Caserta.
Don Paolo, in un'omelia, raccontò una di quelle storie, che hanno il potere di scolpirsi a tempo indeterminato dentro l'anima.
Diceva che esiste un istituto di credito, dove, quanto versi, verrà ricompensato con interessi a volte pari al 50%, altre al 100%100, altre ancora a cifre talmente alte, da non potersi quantificare.
Il tasso è variabile, ma sempre esponenziale rispetto alla cifra di partenza.
L'unico imprevisto di questo istituto di credito  è il fatto che la conta degli interessi non arriva mai a un tempo stabilito. Potrebbe volerci una manciata di mesi, così come potrebbe passare una collezione di anni.
Quel che è certo, è che gli interessi, presto o tardo arriveranno.
Poi, continuò don Paolo, energico e risoluto, come chi è assolutamente convinto di dire la cosa giusta, proseguì:
"Questo istituto di credito si trova in Paradiso e lì apriamo un conto la prima volta che decidiamo di dare qualcosa a chi ne ha bisogno. Badate bene, però, non il nostro superfluo, ma il nostro necessario.
Sia un solo euro o ne siano migliaia, ma deve trattarsi di una rinuncia, non di uno sfratto.
In quel conto, dal momento in cui lo apriamo, cominciamo ad accumulare risparmi e con questi anche interessi su interessi. Tutto quello, infatti, che doniamo, disinteressatamente, a chi ha meno di noi, Dio ce lo renderà indietro, triplicato, quadruplicato e anche quintuplicato. Fidatevi, è così!".
Quell'omelia, pronunciata proprio all'inizio di un tempo di Avvento di qualche anno fa, mi fece riflettere e non so per quale ragione, ma, sin da quando la ascoltai, pensai che don Paolo stesse dicendo la pura verità.
Oggi è il primo dicembre, inizia il tradizionale calendario dell'Avvento. Ho ripensato alle parole di don Paolo e mi è tornato in mente un recente, quanto prevedibile dramma, vissuto dalla nostra terra.
A Saponara, a causa di un'alluvione monumentale, meno di due settimana fa, morivano in tre, ma poteva andare molto, molto peggio.
Ci sono paesi nel messinese, che oggi hanno bisogno di tutto. Necessitano di cose che sono talmente vicine ai nostri occhi, che noi non facciamo quasi caso di averle.
Mi chiedo e vi chiedo di fidarci delle parole di don Paolo, certi che un aiuto oggi, ci sarà ricompensato in un domani che non prevediamo, ma che sarà il domani giusto.
Di seguito tutte le info per inviare donazioni pro alluvionati del 22 novembre.

C'è un numero di sms, il 45590, attivato dal Consiglio dei Ministri, per inviare aiuti agli alluvionati del 22 novembre scorso. Il costo è di 1 euro per le utenze mobili e di 2 euro per i telefoni fissi.
Non è finita. Chi ha il desiderio di donare qualcosa in più, può inviare la offerte ai seguenti alle seguenti coordinate:
- Versamento sul conto corrente postale 11025988, intestato a Comune di Saponara – Servizio di Tesoreria, causale: “SOLIDARIETA’ FAMIGLIE SAPONARESI ALLUVIONATE
- Bonifico bancario sul c/c intestato al comune di Barcellona Pozzo di Gotto sul c/iban: IT6Z0103082071000001328303 con la causale: “Contributo solidarietà per alluvionati di Barcellona Pozzo di Gotto”.
- Caritas Diocesana di Messina. Tramite c/c postale n. 14591986 intestato a Caritas Diocesana di Messina o tramite c/c bancario presso Banco di credito cooperativo "Antonello da Messina" Ag. Piazza Duomo, nn.15/17, Messina, intestato a Caritas Diocesana di Messina, c/iban: IT 24 T 07098 16500 000000000314. Causale: alluvione 22 Novembre 2011.

Nel messinese accettano anche beni di prima necessità e vestiario in buone condizioni, che potrà essere donato presso la sede della Guardia medica di Saponara, presso la Caritas diocesana di Messina.
Il Cirs Onlus di Messina si rende, inoltre,  disponibile come sito di raccolta viveri non deperibili e a lunga conservazione per gli alluvionati di Barcellona P.G. e Saponara (Me) - Il Cirs si trova in salita Mons. Francesco Bruno scalinata adiacente al Palacultura Messina. Servizio disponibile tutti i giorni dalle ore 8 alle ore 14.00.




permalink | inviato da Maristella il 1/12/2011 alle 9:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 dicembre 2009
A chi soffre infermità e tribolazione...
 Un paio di settimane fa, sono stata a Pavia, a festeggiare la mia sorellina, che ha raggiunto un traguardo molto importante.
Lì, uno dei primi posti, che ho voluto ritrovare, è stata la chiesetta di san Francesco d'Assisi, un capolavoro di calore e beatitudine.
Durante la celebrazione, un frate ha ricordato il Cantico di Francesco.
Una frase in particolare:
Sii laudato mio Signore per chi sopporta in pace infermità e tribolazione.
Da Te buon Signore avran corona.
Queste parole sono arrivate da qualche parte, nella mia anima, e lì hanno scelto di restare.
La sofferenza, la tribolazione non parlano il linguaggio della fede, ma se con questa vengono affrontate - al di là del credo e della misura della propria religiosità  - possono trasformarsi in un momento di grazia.
Natale, in particolare, mi fa pensare a quanti vivranno in un contesto che non sarà per nulla natalizio.
Per questo il mio primo augurio di Natale voglio proprio dedicarlo a coloro che
soffrono infermità e tribolazione.
Auguro a loro di poter affrontare ogni istante del Natale in pace...
agli altri, di cui scriverò di seguito,
regalo questa bella canzone di Angelo Branduardi, che esprime il suono della pace
http://www.youtube.com/watch?v=32Vo3BkwBP4

Auguri ad A...sei il dono più bello che la vita mi abbia fatto...auguri anche alle persone per te importanti...
ai miei genitori per tutto quello che mi danno ogni giorno...
alla nonna Tatà, che ancora mi insegna fiducia e speranza
alla zia Grazia, perchè sorride sempre
a mia sorella ingegnera
a fra' Gaetano
a Bictoria
per la loro amicizia sincera...
a Valentina e al raggio di sole che porta in grembo
a Valentina, Vivi e Savio, inseparabili amici di sempre...
alla "piccola" e dolce Valeria...per la sua sincerità
auguri ai miei colleghi, ai miei "superiori" - che credono in me -   e alla fitta rete di persone, che mi collaborano nel mio lavoro.
Che sia per voi e per me un Natale luminoso...
auguri
Maristella






permalink | inviato da Maristella il 23/12/2009 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
27 ottobre 2009
Sentite che bella...
 

In genere definisco le cover brutte copie, in questo caso, però, mi sono dovuta ricredere. Bello l'arrangiamento e lei davvero brava.

http://www.youtube.com/watch?v=D5cFS5N2yMg

ps: Caro A...come se dopo l'orizzonte ci fosse ancora cielo...e TAT



permalink | inviato da Maristella il 27/10/2009 alle 20:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 settembre 2009
un giorno di Luce...
 

Oggi semplicemente

TAT!

ps: Caro A...u capistiii??? Sì ca lu capisti ;-)




permalink | inviato da Maristella il 29/9/2009 alle 1:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
19 settembre 2009
La numero 1
 

Un giorno vi spacco il muso a tutti quanti. Giuro. 

Per prima lo spacco a Sharon.

La odio Sharon, più di tutti gli altri.

Però è bella.

Caspita!

Ha i capelli neri neri, come i miei. Ma i suoi sono lisci e ordinati. Sarà merito di sua madre che, la mattina, li mette in ordine, in fila per due, come fa la maestra con noi prima che suoni la campanella.

Io sono l'unica che in fila sta sempre con la maestra.

I compagnetti, quando gli prendo la manina, mi danno una spinta e così io finisco sempre in fila con la maestra.

"Non è colpa tua, mi dice il mio papà, mentre mi asciuga i lacrimoni. E' colpa mia, che ti ho iscritta in ritardo e tu sei la numero diciassette. Ma il prossimo anno sarà diverso. Promesso: ti iscrivo per prima. Tu sei la numero uno!".

Sono dispari, ogni giorno. E io odio anche la maestra, che mi dice "dammi la manina". Se non ci fosse lei i miei compagnetti, a turno, si metterebbero in fila con me.

Io quei cinque minuti, prima che suoni la campanella, li odio proprio a morte. Mi fa sempre male il pancino e mi batte il cuore forte forte, come quando faccio la corsa con il mio fratellino Andrea. Solo che con Andrea sono felice, perchè arrivo sempre prima.

Io Sharon la odio perchè ha il grembiulino delle Weenx e tutte le volte che io mi avvicino lei, con il dorso della mano, fa un gesto, come se volesse cacciare via una mosca.

E poi la odio anche perchè non vuole mai un pezzettino del mio panino.

"Assaggialo Sharon, solo un pezzettino, che ti costa. E' pulito. Ti prego".

Il mio panino è pulito. E' pieno di Parmacotto, che, come mi dice il mio papà, è il più caro di tutti. E poi, giuro, il mio papà si lava sempre le mani bene bene, prima di imbottirlo.

Un giorno che ho detto a Sharon che aveva i capelli troppo belli, lei ha risposto cattiva:

"Sono così belli perchè me li fa la mia mamma. Tu non ce li avrai mai come i miei, sai perchè? Perchè tu la mamma non ce l'hai".

E' vero, io la mamma non ce l'ho. I capelli deve farmeli il papà. Me li lava spesso, due volte a settimana, ma non è molto bravo a pettinarli. Io la mamma non ce l'ho, ma non posso dire, come fa Riccardo quando parla del suo papà, che è volata in cielo.

La mia mamma è andata via, ma con la macchina, non con le ali. Ci ha salutati un giorno e ci ha detto che andava lontano lontano. Poi non l'abbiamo più vista. Neppure il mio papà l'ha più vista. Il papà di Riccardo, invece, è andato via perchè un suo amico angelo è venuto a prenderlo. Io penso che deve essere bellissimo avere un amico angelo, che viene a prenderti e che ti porta lontano lontano, in un posto dove non ci si mette in fila per due.

Quando Riccardo parla del suo papà, i miei compagnetti gli asciugano le lacrime e gli danno i bacini.

Quando io parlo della mia mamma, invece, uno a uno, si allontanano tutti.

Chissà perchè?

Alla fine, anche se non è in cielo, neppure lei tornerà più da me.

Lo so bene.

E anche se tornasse io non la vorrei, perchè non mi ha mai fatto i capelli ordinati come quelli di Sharon.

Un giorno giuro che spacco il muso a tutti i miei compagnetti. Forse alla maestra no, perchè lei è dolce e quando si mette in fila con me, sorride sempre e non mi spinge. Chissà, se la mia mamma non andava via, ora sarebbe dolce come lei.

Un giorno, giuro, spacco il muso a tutti.

O forse aspetto e credo alle parole del papà, che dice sempre che sono la numero uno e che un giorno tutti quanti se ne accorgeranno.

Dedicato a tutti i bimbi che diventeranno i numeri 1

Ps: Caro A e tu sai bene le ispirazioni da dove arrivano...e TAT




permalink | inviato da Maristella il 19/9/2009 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
15 settembre 2009
e don Pino sorride ancora...
 Immaginate, per un solo istante, di perdere il vostro sorriso preferito. Quello che vi spalanca, ogni giorno, la persona che al mondo vi è più cara. Pensate, solo per un momento, che quel vibrato, capace di riconciliarvi con il mondo, anche quando il mondo sembra non capirvi, d'improvviso smetta di accompagnarvi. E' una sensazione crudele, di quelle che hanno la capacità di sdradicare il cuore senza lasciare un solo spiraglio di pace. E' un pensiero di quelli che, nell'esatto istante in cui lo si è generato, abbiamo subito fretta di cacciarlo via, perchè ci fa paura. Il sorriso e la paura. Queste sono le due parole,che hanno riempito l'interminabile notte del 15 settembre di sedici anni fa, a Palermo. Hanno colmato la mente, il cuore, l'anima e il dolore di chi, alla notizia della morte di don Pino, ha provato l'incolmabile sensazione dell'essere rimasti solo. Un sorriso, che va via, può significare il vuoto per un'intera comunità di cuori? Indubbiamente sì, se si tratta di quello di don Pino Puglisi. Io, sedici anni fa, non ero a Palermo, non conoscevo a fondo lo spessore della rivoluzione, che aveva iniziato quel prete dagli occhi buoni, dai toni pacati, sempre capace di dosare parole e silenzi. Ma ancora oggi, se domandi di lui, a chi con lui ha condiviso la semplicità della vita, ti senti rispondere: ci manca il sorriso, ci resta la paura. Oggi a Palermo, alcuni colleghi giornalisti, che lo hanno conosciuto direttamente o che hanno beneficiato del suo luminoso riflesso, negli anni in cui non si stancava di seminare speranze, ripetevano: padre Pino era un raggio buono per Palermo. Era speranza. Era i suoi occhi, che guardavano lontano, ma sapevano vedere anche vicino. Quanti sono in grado di farlo ancora?

Tempo fa, una persona che con don Pino ha condiviso anni di apostolato, dividendo con lui le fatiche e facendo sì che queste si moltiplicassero in opportunità, mi ha raccontato:
eravamo abituati tutti quanti alla sua bontà. Era un bene diverso dalle tanti "imitazioni" di bontà che si vedono in giro. Era disinteressato, così lontano da qualsiasi forma di rancore terreno. Quasi non facevamo più caso alla meraviglia che era quell'uomo. Sapeva ascoltare e sorridere. Questa era la sua vita. Ordinaria, come ordinarie sono le cose più grandi. Quando è andato via è come se si fosse spento un interruttore. Le lacrime non sono state sufficienti, perchè una speranza che se ne va, rischia di fare rimanere sole centinaia di speranze che restano. La solitudine è stato il sentimento più difficile da combattere. Un uomo che resta solo, privato di un bene vero, in questo mondo che svende finzione, fa una difficoltà sproporzionata a risalire, a tornare a credere che non esistono dolori che non passano mai.


Queste parole le ho conservate nel cuore, volli appuntarle sulla mia moleskine e oggi ho pensato di scriverle, perchè chi non ha conosciuto don Pino, possa, in tal modo, anche se solo in parte, capire di quali speranze armava la sua e le altrui vite.

Oggi sono sedici anni che don Pino non è più sulla terra. Il suo sorriso è rimasto. E' raggomitolato nella forza di chi non ha perso la speranza, di chi continua a sentire Pinuzzu come un compagno presente, che sorride ancora, che con i suoi toni pacati e la sua voce gentile, passeggia per le vie di un mondo diverso, quello che un'anima come la sua ha meritato.

ps: Caro A..e 3 P quanto sorride :-) TAT



permalink | inviato da Maristella il 15/9/2009 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 settembre 2009
Dedicato alla mia amica Bictoria de Alambra
Cara Bictoria,
ti scrivo qui perchè mi va che, chiunque passi abbia la possibilità di leggere la bellezza della nostra amicizia. I sentimenti veri, del resto, di qualsiasi natura essi siano, non possono che renderci migliori, che dare fiato alle vite nostre e di chi ci sta vicino. Qualche tempo fa, parlando con il mio A, abbiamo riflettuto che nulla fa più rumore di "due anime che scelgono di incontrarsi". Questo vale per l'amore, ma sono certa valga anche per l'amicizia. Qualche anno fa, di questi tempi, noi ci siamo conosciute, vicine a un convitto vecchio, nelle mura, ma nuovo per le belle intenzioni nostre e di tutte le altre ragazze, che avevamo scelto di colonizzare Roma, in cerca di chissà quale speranza. Quella sera abbiamo parlato in inglese, noi che inglesi non eravamo per niente, spagnola tu, sicula io. Ma prima delle nostre parole, maccheroniche le mie, decisamente migliori le tue, parlarono i nostri occhi. Quella sera ci siamo riconosciute, le nostre anime, prima ancora dei nostri cuori, delle nostre menti, scelsero di diventare amiche. Forse si cercavano da un pezzo e ci voleva Roma, un tramonto sul Rione Monti per fare sì che si ritrovassero. Del resto, le anime fanno sempre le cose in grande. Da allora sono passati anni, che per varie ragioni, ho scelto di non contare più. Noi siamo qui...e oggi le nostre anime ci hanno fatto un altro regalo, proprio vicine all'anniversario del nostro primo incontro. Io ascoltavo Baglioni, a te tanto caro, a me così così. Sentivo in macchina, per caso, "La vita è adesso", tra la musica e certe frasi è venuto a farmi compagnia un nostro ricordo, forse uno dei più belli. Ho rivisto noi, infreddolite dentro via del Corso, a incantarci come due bambine per quella città, che si illuminava di Natale. Ci siamo strette e abbiamo pianto. Dentro quelle lacrime, di apparente emozione, abbiamo infilato i nostri rispettivi dolori, le attese, le speranze, le delusioni, i sogni persi e quelli da fare. Ci siamo volute bene. In un attimo ho ricordato tutto ciò, sono scese due lacrime, che avevano la stessa consistenza di quelle di allora. Tu, in quel momento, in Spagna, facevi un esame di italiano:scrivi un lettera a un amico e raccontagli di un tuo ricordo...
Bene, per email, mi hai mandato quella lettera. Hai scritto a me di quel ricordo che abbiamo condiviso, delle luminarie di Natale, di Baglioni e la sua "vita che è adesso", lo hai fatto mentre io, per caso, alla guida, tra i monti agrigentini, pensavo la stessa cosa.
So bene che certe cose sono difficili da credere per i più. Ma la vita, ogni giorno, fa di tutto per insegnarmi, che ci sono battiti,che vanno all'unisono e che legano i cuori lontani, come null'altro al mondo potrebbe. E non possono essere coincidenze. Lo so bene. Perchè mi accade tutti i giorni anche con la persona con cui ho scelto di condividere il cuore, l'anima e tutto il resto.
Le tue righe mi hanno commossa al punto che non potevo smettere di piangere per la felicità. Ti ho voluta bene ancora di più di quanto non te ne voglio da anni ormai.
Ho rivisto, in un attimo, te, il piccolo Victor, i bei giorni passati insieme lì in Spagna. I bei tempi romani. I sorrisi, le lacrime, le interminabili confidenze. Ho provato a immaginare il tuo ritorno in Sicilia e sono certa che accadrà presto. Ho riletto, tra le righe della tua email, dell'aArmadio...e sono stata felice. Mi sono sentita fortunata, perchè un amico vero vale più di mille soddisfazioni finte. Scusa se mi sono permessa di scriverti qui, ma sai, ritengo che qualsiasi messaggio, che porti un sentimento buono, valga la pena sempre di diffonderlo. Tra le righe di una bella storia, a volte,si salvano le anime....
ti voglio bene e vedrai che andrà tutto bene, così per come il tuo cuore desidera
tua
Mariste
ps: così come te, neppure io ho voluto rivedere questa lettera. E' imperfetta, ma le cose imperfette sono sempre le più vere....


PS: caro A, victoria, nel compito di italiano che ha fatto oggi, ha citato anche te....e TAT



permalink | inviato da Maristella il 11/9/2009 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
14 agosto 2009
A ferragosto...
Ho passato due soli ferragosto al mare. Il primo, a diciotto anni, per mettermi in pari con quella lista di cose, sulle quali i miei dicevano "le potrai fare quando sarai maggiorenne". Ricordo ogni cosa di quell'estate, fatta di corse affannose verso innocenti libertà di provincia e di quanto tutto ciò, alla fine della conquista, risultò irrimediabilmente noioso. Imparai, però, che dietro la proibizione violata, a volte, c'è solo un paradiso burroso. Non dimenticai la lezione. Il secondo ferragosto al mare non lo ricordo quasi per niente. Per il resto dei ferragosto della mia vita, ricordo lunghe gite in campagna, che iniziavano la mattina presto e finivano di notte. Insieme a me, prima dei miei genitori, c'era mio nonno Raffaele, che in quelle giornate riusciva a essere anche più buono del solito. Aprivamo la porticina della casetta "alle serre", una piccola baita per poveri, un unico ambiente fatto di pietre e mattoni, una finestrelle scontornata e un mobilio indispensabile, proprio come mio nonno. Il tavolo rotondo e rassicurante, un vecchio divano di tweed e un frigo malconcio, che il nonno aveva ereditato da uno zio "d'America". Nonno Raffaele veniva a prendermi prestissimo, quando il resto del paesino sonnecchiava ancora. Montavamo la giostra di tutte le nostre gioie e le rallegravamo con il suono della chitarra, del mandolino e delle nostre solite canzoncine: Amico è, Parlami d'amore Mariù, Champagne per brindare a un incontro. Gli altri invitati ci sorprendevano perfettamente felici, come solo un nonno e la sua nipotina riescono a esserlo, riproponendo a rallentatore un'infanzia, che non vuole farsi iscrivere in alcun anagrafe. Poi nonno Raffale mi prendeva per mano e insieme andavamo a raccogliere le more. Era il momento più bello. Mi graffiavo tutte le ditina e mio nonno le disinfettava con foglie d'uva e di mele cotogne. Quando si faceva sera, mentre gli altri arrostivano prelibatezze di carne, noi preparavamo il nostro banchetto da re: le patate cotte alla brace, che io mangiavo anneredomi le mani e la bocca. Ne ricordo perfettamente il sapore, l'odore di abbrustolito e quell'irresistibile consistenza, che è propria delle gioie dei bambini. Ogni anno, come allora, provo a ricucinarle. Sempre nello stesso posto, con quel metodo campestre del nonno. Il sapore, però, da quando con me non c'è il nonno, non è più quello, non può esserlo. Quando torno nella casetta in campagna, in mezzo al ricordo dei ciclamini, degli oleandri - che nonno mi ripeteva sempre "non li avvicinare alla bocca...si muore" - e delle "nzalore", mi pare di risentire la voce di nonno Raffaele, che mi chiama dolcemente "Stellina", risento le note affettuose della sua chitarra e quelle un po' più ruvide del mandolino. Ripercorro la sicurezza che mi dava mio nonno e che stava racchiusa nei suoi occhi azzurri e docili. Mi pare che d'un tratto lui possa materializzarsi in quei luoghi, che sono rimasti i suoi, dentro i quali palpita ancora il suo cuore. Sarà perchè l'anima delle persone buone resta in quanto di buono continua ad accompagnarci...in quanto fa sì che non restiamo mai soli...di questo sono certa...

Ps: Caro A...noi continuiamo a essere di quelli che a ferragosto preferiscono le stelle serene, al mare affollato...e TAT :-)



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29 luglio 2009
E' arrivato Christian Alessandro
 Lo scorso luglio, a Lampedusa, conobbi Rosy e Angelo, una coppia di sposini irresistibilmente innamorati. Tra un risotto "O' scià" e una grigliata di pesce, di quelle che solo a Lampe le sanno fare, parlammo del loro bimbo. Ne parlammo scherzando, quasi fosse un'ipotesi lontanissima. Il bimbo è arrivato. E' nato oggi, si chiama Christian Alessandro e, a detta della mamma, "è bellissimo". Da parte mia tutti gli auguri possibili e tutta la Luce che c'è al piccolo e ai neo genitori...

Ps: Caro A e tu la telefonata l'hai sentita in direttissimaaaa e TAT



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21 luglio 2009
Lauretta e la Clio della mia mamma
 

Lo aspettavamo dal 1993. Da quando, io e la mia mamma sentimmo cantare, per la prima volta, di quel "Marco che se ne è andato e non ritorna più". Ebbene sì, il grande concertone della Lalla nazionale, a Palermo, è diventato, un obiettivo imperdibile, già da quando, mesi fa, io e la mia mamy ne abbiamo avuto sentore. Biglietti in tasca già da tempo, sabato scorso, entusiaste come due bimbe delle elementari il giorno della prima gita, siamo partite alla volta di Palermo. Io e "donna Flora" siamo fiere di scorribandare per le strade siciliane con una vecchia Clio color bordeaux quasi rosso. E' un po' malconcia, ma fedele come una Penelope, mai stanca di tessere chilometri, al posto della tela. Non ci ha mai lasciate a piedi, malgrado qualche volta, a giudicare da come la trattiamo, ce lo saremmo meritate a pieni voti. Questa volta, però, gliel'abbiamo fatta proprio grossa. Complice la felicità di aver sentito, finalmente dal vivo e insieme, la nostra grande Lauretta, ci siamo perse la Clio. Penserete che perdere un'automobile non sia la cosa più comune del mondo. E invece a noi è successo. Nella fretta di arrivare presto sul prato del Velodromo di Palermo, l'abbiamo parcheggiata, qualunquisticamente, sotto un mezzo viale alberato, colonizzato, ad hoc, da una fitta compagine di parcheggiatori autorizzati all' abusivismo. Non abbiamo però valutato un piccolo particolare: la nostra poca conoscenza della zona, il fatto che, in tutto simili a quel vialetto, ce ne fossero, nelle adiacenze, almeno altri tre e che, finito il concerto, non ci avrebbe accompagnate la luce del sole. Bene, ci godiamo due ore di musica, ci carburiamo di melodie nazionalpopolari, pronte a farne fare scorte al mio povero papy, debitamente lasciato a casa - sarebbe stato un intruso, lui che ama la chitarra classica e storce il naso, quando ci sente ascoltare la Lalla. Usciamo dal Velodromo canticchiando a gran voce "strani amori che vanno e vengono, là là là là là là là là là là". Andiamo per prendere la nostra macchina, ma, una volta fuori ci ritroviamo di fronte a una distesa incolore di automobili al buio. Cerca e ricerca, ridacchiando per le nostre rispettive goffaggini, a un certo punto scegliamo la strada della resa. Il problema è: come tornare in albergo? Trovare un taxi a Palermo di notte, allo zen è difficile tanto quanto stanare un super latitante. Un bus? Il prossimo sarebbe partito alle 6 meno tre minuti del giorno seguente.

Autostop. Decidiamo così a suffraggio universale. Recensiamo, al volo, gli sguardi degli automobilisti più affidabili. Fermiamo un piccola famigliola: mamma, papà, piccolino. Lui, là per là, ci avrebbe anche fatto da benefettore, ma lei...azzz...ha sguinzagliato un subitaneo sguardo a metà tra il famelico e il diffidente, convicendo il marito, "che non è assolutamente il caso, noi viviamo dall'altra parte della città". Dopo un paio di tentativi a vuoto, avendo debitamente invocato il sostegno della Provvidenza, troviamo due angeli custodi, anzi due "angele". Così si chiamano le due signore, che con una gentilezza e una pazienza "calata dal cielo", ci hanno portate fin sotto casa, sciorinandoci qua e là qualche battutina, ma facendolo con un sorriso "tanto" e con un grande spirito di donazione. Io e "donna Flora" ci abbiamo dormito, serenamente, su. Il giorno seguente, preso il primo bus utile, abbiamo fatto il grande trasbordo verso il Velodromo. L'abbiamo vista in lontananza, la nostra dolce Clio, malinconica e "piatusa", che avrebbe commosso anche il più cinico tra gli uomini. Era sola, in mezzo a quel viale di alberi, parcheggiata male - come nel mio stile del resto - abbacchiata da sole e, sicuramente, spaesata per quella sosta obbligata in terra straniera. Ci siamo precipitate, l'abbiamo debitamente coccolata e, una volta salite in macchina, abbiamo pensato di farle il regalo più bello: mettere su un bel cd di Lauretta. Ma lei non ci ha concesso l' affronto. Buona ma non fessa, come me e la mia mamy del resto. Andiamo per mettere il cd, ma il lettore non parte e non parte solo con quel disco. E allora abbiamo capito, che anche le cose, forse, hanno un anima, specie quelle che ci accompagnano da sempre. Sicuramente, adesso, ce ne prenderemo più cura...

Ps: Caro A e questa è stata una grande arisata "doc"...e TAT




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13 luglio 2009
Madrina
Oggi sono felice perchè Antonella, la mia piccola cuginetta, mi ha scelta come sua madrina...e questo per me è stato un dono, un raggio di Luce inaspettato. Grazie beddra
 
Ps: Caro A, sai oggi sono stata felice per questo e per tanti altri segni, che il Capo ci ha regalati...A te che sei la miglior cosa che mi sia successa...TAT...:-)



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24 giugno 2009
Femmina di mafia, femmina d'attesa
  L'attesa è donna. Questa, come tante altre virtù, legate all'arte di pazientare, di riuscire a collezionare lacrime silenziose, da depositare, una dentro l'altra, nell'archivio del cuore. Penso che se si potesse aprire l'anima di certe donne, ne uscirebbero incanti, dolci e dolorosi.  Come quando si ritrova la chiave che apre un vecchio scrigno, dal quale possono riemegere gioielli preziosi, o al contrario bijoutterie decadenti. L'attesa è donna come la capacità di rischiare che, dopo quella speranza, velata dalla certezza di filigrana che "certi sogni arriveranno a compimento", ci sia un insolito buco nero, che non porta da alcuna parte. Oggi, cercando spunti per il mio lavoro, ho avuto modo di venire a conoscenza di una pazienza tutta particolare, quella delle donne dei mafiosi. Non mi riferisco a quelle icone al contrario, nere di mafia al femminile, avide di un potere illeggittimo, che non dovrebbe competere a nessuno - la cronaca da qualche anno ce ne parla in lungo e in largo. Mi riferisco, invece, a quelle donne che, dentro la mafia, si sono ritrovate o per caso o, "ancor peggio", per amore. Difficile credere, pensare, accettare che l'amore possa coincidere con un compromesso silenzioso verso il male. Perchè la mafia, inutile ribadirlo, è sanguinaria, è senza cuore e nei suoi paradigmi di buio non dovrebbe poter contenere alcuna declinazione del verbo amare. Eppure, nella nostra isola, nell'Italia intera, sono disseminati cuori di donne che attendono, senza stancarsi, per giorni, mesi, anni. Vedove bianche, le definiscono le voci qualunquiste dei vicini di casa. Schiave senza padrone, pensano alcuni. Io voglio illudermi che, in molti casi, si tratti di principesse ingenue, che hanno creduto a un principe, che, per una volta, contravvenendo alla regola delle favole, non avesse il manto azzurro, ma quello nero del mistero, che si macchia di rosso senza pensarci troppo, senza riflettere due volte di seguito che il cambio della vita non è iscritto nel valore di alcuna moneta. Oggi mi sono sentita raccontare storie di donne della mia età, anche più giovani, che aspettano, per un anno, per un due, il calore di un bacio, la dolcezza di una carezza. Anime che consacrano, con dovizia certosina le loro giornate, celebrando davanti all'album del matrimonio o a quello della nascita del loro unico figlio, interi quintali di sentimento. E non si stancano. E non si fermano. E non si arrendono. E non pensano mai che forse quell'attesa potrebbe durare per sempre, potrebbe avere la peggiore tra le appendici. Perchè se c'è un male che il cuore non riesce a tollerare, forse è proprio quello delle speranze disattese.
"C'è la fuga"
Azzardo io, parlando con il mio informatore.
"Per loro la fuga sarebbe solo un rinvio".
Mi risponde.
Già per loro, che sono nuotatrice sole, nell'oceano della resa, la fuga sarebbe solo rinviare un'agonia, senza la morte, alle quali, tacitamente,queste donne si condannano da sè.

Ps: Caro A...te ne parlerò ampiamente...e TAT



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30 maggio 2009
A Fausto che non aveva la faccia da campione
 C'è chi nasce candidato a diventare uomo, ma, ben presto, è costretto ad arrendersi alle troppe tentazioni della viltà e deve ripiegare a uno dei tanti ruoli, che ci lasciamo imporre dalla società. C'è chi uomo riesce a diventarlo davvero, mantenendo, a forza di sacrifici e di battiti di cuore, quella semplicità, che da uomini, a un certo punto del cammino fa diventare eroi. Fausto è stato questo: un uomo diventato eroe. Fausto era minuto di corporatura, con il naso affusolato "e gli occhi miti", come canta Gino Paoli. Eppure con le sue gambe, nervacciute e pulsanti, con un cuore coraggioso, come quello di pochi altri, riusciva ad andare su, in quel modo incredibilmente legittimo, che ancora oggi,  anche per chi come me non ha avuto la fortuna di vederlo correre "dal vivo", rappresenta un'emozione rara. Coppi andava su, inseguiva un obiettivo che sarà stato di gran lunga più caparbio della mera soddisfazione di quei cinque Giri d'Italia, dei 2 Tour, dei 4 campionati del mondo, diventati parte di una lunga collezione di vittorie. Per gli altri non c'era scampo. Perchè quando Fausto saliva sui pedali e lanciava i suoi desideri, la sua anima, incontro al traguardo, c'era poco da fare per chi eroe non era. Fausto, nella sua sì vita breve, ma luminosa, credo ci abbia  dato un grande insegnamento: quando c'è una motivazione forte non esistono traguardi irraggiungibili, non ci sono vette alte al punto da non potere essere scalate (e quella cima Coppi - vi assicuro - è una delle cime più paurose ed emozionanti d'Italia). E dire che Coppi non aveva per nulla la faccia da campione. Eppure campione lo è stato sempre, autocandidandosi a tagliare il nastro di tutti quegli arrivi in salita, che valevano doppio, se confrontati con i tanti finti traguardi in discesa, di cui i più si accontentano. Mi piace ricordare Fausto Coppi, quando manca un giorno alla fine del Giro numero 100. Gli esperti dicono che oggi il ciclismo non è più quello di una volta: troppo aria inquinata circonda le due ruote e le gambe di chi pedala. Non voglio entrare nel merito e da appassionata di questo sport, mi piace credere, bonariamente, che sul Mortirolo, giorni fa, i nostri ci abbiano messo lo stesso cuore che ci metteva Fausto. Mi piace ripensare al campione, con la faccia "da uomo qualunque" nell'immagine che ha regalato alla storia uno dei trionfi sportivi più grandi. Una borraccia che - non è stato mai chiarito l'arcano - non si sa se sia passata dalle mani di Gino a quelle di Fausto o viceversa. Uno scatto che è la quintessenza del valore di uno sportivo, ma prima ancora di un uomo, che sa bene cosa significhi rallentare, accostarsi all'avversario più temuto, dargli un minimo sollievo alla fatica per poi ripartire, quasi ad aver pareggiato le armi, per rendere la conquista del traguardo ancora più equa. In una radiocronaca del giro, qualche giorno fa, Davide Cassani, un veterano di questo sport diceva: quando hai di fronte la montagna e hai il cuore dello scalatore, devi sforzarti in tutti i modi di vedere quello che c'è al di là della cima, che non è mai nebbia, non è mai scuro. Solo quello può rendere le tue gambe forti al punto da convincerti che vale la pena di andare avanti. Deve averla pensata così Fausto, tutte le volte che, con la montagna davanti, liberava il cuore, apriva l'anima e il traguardo, quella cima inesplorabile, diventava solo la sua.

Ps: Caro A ricordi una sera di qualche tempo fa quando all'unisono abbiamo scritto "Coppi" e quella canzone diventò un dono prezioso...



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25 maggio 2009
Nonno Raffaela, lo zucchero filato e la mia paura di attraversare la strada

 Da piccola amavo, come poche altre cose al mondo, la festa del Tataratà. La amavo, però, a una sola condizione: che con me ci fosse nonno Raffaele. Facevamo coppia fissa per 72 ore consecutive, da quando entrava la prima banda, il venerdì pomeriggio, fino a quando sfilava l'ultimo cavallo, all'albeggiare del lunedì.
Nonno Raffaela mi teneva per mano e non mi lasciava un attimo. La sua, però, non era una presa stretta, somigliava più a una carezza, di quelle che ti fanno sentire al riparo, ma allo stesso tempo ti fanno capire che sei libera di andare per la tua strada.
Io e nonno Raffaele, in quei tre giorni, che la vita, per anni ci ha regalato, avevamo i nostri rituali: lo zucchero filato, da mangiare un po' per uno, il saccheggio di un paio di bancarelle, in cerca di piccoli doni, fuori misura, da scambiarci l'un, l'altra. Poi la visita a casa di zia Maria, con quel suo balcone affacciato su via Roma, stretto solo in apparenza, ma largo abbastanza per contenere tutti noi parenti, che ogni anno vedevamo, almeno, cinque minuti di corteo a cavallo da quell'osservatorio privilegiato. Il bello della festa, però, ce lo godevamo da dietro le transenne. Io ero alta tanto quanto la sbarra, che agli adulti arrivava sulla pancia. Appoggiavo il nasino sul ferro e guardavo la trottola di colori, suoni e rumori, che mi istruivano, anzitempo, a poter distinguere, nella vita, tra quello che vale la pena di vedere e di ascoltare e quanto, invece, è meglio lasciare perdere, perchè ci disturberebbe soltanto.

Poi c'era il momento più complicato: attraversare la strada, tra la fila dei cavalli.

Io mi aggrappavo forte forte alla mano del nonno, chiudevo gli occhi e sceglievo di fidarmi ciecamente. Due istanti più tardi mi ritrovavo dall'altra parte, sana, salva, felice. Quello era il momento in cui davo a mio nonno il bacio più bello, quello che, nella mia anima bambina, corrispondeva "al bacio della salvezza".

Ieri, rivivendo solo qualche minuto della sagra, ho ripensato a mio nonno, allo zucchero filato, che da allora non compro più. Ho cercato con gli occhi il balcone di zia Maria, ma era vuoto. Poi, dovendo attraversare la strada, proprio in mezzo ai cavalli e riscoprendomi un po' bambina, di fronte a una di quelle paure minuscole, che ci colgono di sorpresa, proprio quando noi crediamo di essere all'altezza di tante e più cose, ho ripescato nel cuore la mano di nonno Raffaele. L'ho sentita stringere forte la mia, come allora. Ho avvertito quel calore legittimo, quel tocco soave, ma forte allo stesso tempo, quella certezza che mi sarei ritrovata dall'altra parte, senza neppure avere il tempo di lasciare spazio alla paura della paura. E' stato così. Ho rallentato un attimo, mi sono fermata, non con le gambe, ma con il cuore. Ho sentito dentro me l'adolescenziale perplessità, che ti fa rivedere tante delle piccole sicurezze, alle quali crediamo di approdare, fingendo di essere diventati adulti. E' vero, la vita ci fa rimbalzare, a volte, da un capo all'altro di tanti mondi, ma poi ci riporta spesso in certe direzioni, che conosciamo bene, ma che fatichiamo a imparare a memoria. Ripensando a nonno Raffaele, ai suoi occhi azzurri, seri solo all'apparenza, ma carichi del calore sconfinato dell'onestà, ho sentito dentro una felicità tutta da coltivare. Ho capito che certi tesori, che riposano nel cuore, ci consentono il privilegio di andarli a ripescare tutte le volte che la nostra anima ne ha bisogno. E' questo ci dà la certezza più grande di tutte: l'amore, passato o presente, se abbiamo avuto la fortuna di viverlo, non ci lascerà mai soli.
Ps: Caro A...se solo lo avessi conosciuto, nonno Raffaele, lo avresti amato...perchè lui era un uomo semplice e come sabbiamo bene noi "gli uomini semplici sono sempre eroi".




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9 maggio 2009
"Ebbrava" Alessandra...
http://www.youtube.com/watch?v=OvTBzM1xW3Y
 Premessa: detesto, da sempre, Maria De Filippi e tutti suoi derivati. Reputo i programmi della signora Costanzo una forzatura estrema alle logiche del buon costume televisivo (ammesso che questo esista ancora)...ciò nonostante
l'ultima edizione di Amici ritengo ci abbia consegnato un bel talento musicale.
Un paio di sabati fa, vedendo il delizioso programma della Clerici -  quello con i bimbi, vestiti da bimbi - ho sentito per caso questa "tizia" (che era ospite) con gli occhi grandi, le forme mediterranee e quella grinta che, in tutte le cose, riesce a fare la differenza. Si chiama Alessandra Amoroso, è pugliese - e si sente benissimo - avrà, sì e no, una ventina d'anni. Comincia a cantare un motivo accattivante..."ma che stupida che sei...là là là".
Resto incantata davanti alla tv, come poche altre volte mi era capitato. La canzone ha un bel ritmo, il testo non è per niente banale, anzi.
Alessandra è brava, lo è davvero, nella sua irriducibile imperfezione. Lo è nella sua voce che vola alta e ricorda un po' Aretha, un po' Anastacia e un po' quell'X factor, che tutti disperatamente cercano, ma che in pochissimi posseggono. Alessandra mentre canta è un buffa, ma al contempo sbandiera la sicurezza di una veterana. Ogni tanto sbaglia una nota, ma lo fa con disinvoltura. Del resto le cose più belle sono quelle che contemplano in sè un margine di errore.
Quella canzone, poi, "che stupida che sei, sei una persona tra la gente, ma la gente mente" ha il dono di far riflettere, di commuovere anche un po'. Un testo da hit parade, che per una volta, però, non parla di donne vincenti, che fanno perdere la testa, che riescono laddove il mondo fallisce. No. Parla di una "Stupida", come ce ne sono tante, come forse tutte un po' siamo. Sfido, del resto, a trovare una qualsiasi donna che, almeno una volta, non abbia chiacchierato con lo specchio, in cerca di risposte, che stavano da tutt'altra parte. Scommetterei un cifra che ogni mia coetanea, ascoltando la brava Alessandra, non si immedesimi, anche solo un po', in questo testo intenso e in questo titolo di suo coraggioso. Brava Alessandra e speriamo che, il mondo qualunquista della spettacolo, non muti l'entusiasmo genuino delle tue note.
Ps: Caro A...sempre...sempre...capisciammè :-)

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6 maggio 2009
E se uno ti punta un fucile in faccia...

E se uno ti punta un fucile in faccia? Sorridi!
Lo diceva Tiziano Terzani a suo figlio Folco, mentre insieme scrivevano quel libro, che è diventato un testamento di speranza: La fine è il mio inizio. Il giornalista toscano non parlava per metafore. Anzi. A lui accadde davvero, in Cambogia, di salvarsi la vita perchè aveva sorriso a un guerrigliero che gli aveva puntato un fucile proprio sotto il naso. Evidentemente il sorriso di Terzani smantellò i progetti di morte dell'uomo che aveva di fronte. Forse perchè ci vuole molto poco perchè anche i nodi più intricati si sciolgano con naturalezza.
Non credo che la vicenda di Terzani sia stata casuale, così come non credo che il grande Albert abbia recuperato un sorriso d'occorrenza, per regalare all'umanità una foto, che è diventata un'icona. Anche Einstein sorrise di fronte al fucile della malattia puntato in faccia. Entrambi Albert e Tiziano, sorridendo, prima la fecero franca e poi vinsero. E come loro si potrebbero citare tanti altri esempi. Nel nostro mondo, purtroppo, i sorrisi non fanno più notizia. Al loro posto si cercano lacrime, che ormai non commuovono più, ma hanno solo il compito di ricordarci che viviamo in un mondo che non va. Mi piace pensare che non sia così. Mi piace credere che ci siano tanti sorrisi, come quello della foto, che non si prendono gioco del male, ma semplicemente provano ad addomesticarlo. Del resto credo che non ci sia prezzo per certe gioie piccole, che si riescono a gustare solo se si prende la giusta distanza "da questo mondo che non va"...Sarà perchè certe vittorie non si traducono nella lingua, che parla la maggior parte della gente...sarà perchè un sorriso vero, che si fida, che crede che ovunque ci sia un pezzo di sole da tirare fuori, è in grado di intimidire anche il peggiore dei dolori.
Ps: Caro A...sei bello quando sorridi...lo sei come nessuno al mondo..._____________




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15 aprile 2009
Un paese non basta

Arrigo Levi ha passato gli 80 anni da un pezzo, ma ciò non gli impedisce di partorire libri con la stessa freschezza di quando di anni non ne aveva ancora 30. "Un paese non basta", edizioni Il Mulino, racconta la storia di un giornalista che ha saputo sorridere, anche di fronte agli "scherzi" inaccettabili della vita. La storia parte da Modena, dove Levi è nato, figlio di ebrei, fiero di questa orgine. Poi la fuga in Argentina per scampare al dramma delle leggi razziali fasciste. Lì, la sopravvivenza, il carcere, sotto Peron, la guerra, la difesa di un ideale "non sionista", come specifica lui, ma di "libera appartenenza". E poi l'escalation di una vocazione che non gli ha mai lasciato dubbi. Una vita dedicata a un giornalismo sì di frontiera, ma sempre sorridente, come il viso di Arrigo, che è stato il primo vero giornalista a leggere un tg, inaugurando la storia degli ancorman. Dopo l'Argentina anche l'Inghilterra e poi Israele, inevitabile richiamo alle orgini. Ma su tutto l'Italia e la sua Modena, una delle roccheforti della cultura ebraica, a cui Levi resta legatissimo. Arrigo Levi oggi ha raccontato il suo libro a un intervistatore d'eccellenza, lo straordinario maestro antipatico del giornalismo moderno: Corrado Aiugias. E'stato bello vederli insieme in una delle poche dirette televisive Rai, ancora degne dell'appellativo di "tv informazione". Uno sorridente, piacione e autoironico, l'altro sornione, acuto, volutamente "stronzo". Entrambi grandi nel ricordare una candida verità: "un giornalista vero cambia molti paesi, ma ha una sola patria: la scrittura".

Credo che, al giorno d'oggi, sia difficile trovare un professionista della scrittura - tanti, troppi ciarlatani in giro, venditori di pornografia, travestita da notizia. Un modo semplice per riconoscere i pochi maestri rimasti credo sia l'entusiasmo e la luce degli occhi. Da lì traspare l'onestà, che è parte dei pochi veri operatori di informazione, rimasti nel nostro paese. Arrigo Levi credo sia uno di questi. Alla fine dell'intervista ha detto una frase che mi ha emozionata:

"Caro Corrado, io sono come i miei colleghi più giovani, quelli che fanno ancora la gavetta e che non sanno dove li porterà questa strada tanto difficile. Io, quando so che sulla Stampa sarà pubblicato un mio pezzo, di prima mattina mi procuro il giornale, faccio una scorsa veloce e arrivo dritto alla pagina con il mio pezzo. Lo controllo da cima a fondo, lo rileggo almeno due volte di seguito e sono orgoglioso di vedere la mia firma in fondo. Se qualcuno mi osserva, io rispondo che leggo solo per controllare se il redattore ha cambiato qualcosa. In realtà non è così. Ora, come quando ero un giovinetto con il sogno del giornalismo, corro a leggere la mia pagina, perchè quella firma, sotto un articolo che trasuda sogni, è una delle cose più emozionanti che esistano".

 PS: Caro A...ebbene sì, anche io, quando corro a leggere i miei pezzi, non è per controllare se abbiano o meno cambiato qualcosa...è perchè quella firma...è una delle emozioni più belle che ci siano....TA




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12 aprile 2009
Un augurio per tutti e per tutte...
 Auguri a tanti, anche per questa Pasqua, ma, su tutti, auguri a nonna Tatà, che oggi, quando sono andata a trovarla, mi ha detto:
"Voglio affacciarmi fuori al balcone, perchè finalmente il cielo è azzurro".
Nonna Tatà ha novanta e passa anni, il viso pieno di rughe, che raccontano, ma che, anche volendo, non potrebbero disturbare, nè gli occhi, nè il cuore.
Nonna Tatà ha una voglia di vivere, che farebbe invidia pure a un quindicenne felice - ammesso che, oggigiorno, ne esistano.
Nonna Tatà ha vinto tante battaglie, l'ultima pochi mesi fa. Ma lei sapeva bene che ce l'avrebbe fatta, forse perchè tutti ancora abbiamo bisogno dei suoi occhi, che sono rimasti giovani, malgrado le intemperie della vita. Sarà perchè noi, suoi numerosi nipoti, figli dei suoi numerosi figli, vogliamo ancora sentirci cantare le sue ninne nanne, certe sue storpiature canore dei brani di De Andrè o ancora le serenate siciliane.
Perchè nonna Tatà è fatta così. Sdraiata nel suo letto candido, appena vede comparire uno "dei nostri", come dice lei, attacca una canzone, accenna raffiche di sorrisi e pretende sempre quattro baci - due all'andata e due al ritorno.
E quando la salutiamo, prima di andare via, dice sempre: "Nun veni cchiù ppi oggi"?
Poi, nonna Tatà è una specialista involontaria delle frasi importanti. Ne dice parecchie, le stesse da sempre, ma che cambiano spessore grazie al suo sguardo, all'inflessione della sua voce.
"Chi prega ottiene e chi spera non perde mai".
Mi dice sempre così quando mi vede arrivare un po' sottotono e lei sa già cosa turba il mio cuore.
Nonna Tatà è stata la prima, tanti e più anni fa, a farmi conoscere la magia di leggere un giornale "caldo caldo", di ascoltare una fiaba, facendo attenzione a non perderne una sola parola "sennò, finì u bellu", come dice lei.
Ed è sempre lei che, malgrado gli anni passino, la vita moltiplichi e divida gioie, dolori, stanchezze e serenità, tiene unita una famiglia troppo grande per farcela da sola.
Lei è fatta così. Riesce a capirci solo dai nostri gesti e ogni giorno ha una preghiera per ciascuno di noi. Una benedizione personale, mai qualunquista, perchè lei ci ha insegnato che nel mucchio, spesso ,ci si perde. E' stata lei a infonderci teorie morbide come le nuvole.
Non so perchè, ma averla vista, oggi, affacciata al balcone, mi ha regalato la certezza che nella vita  il coraggio e la speranza vincono sempre.
Nonna, gli auguri di Pasqua li faccio solo a te, ma varranno per tutte le persone e sono tante, che in questi mesi mi hanno fatta sentire migliore...

PS: Caro A, gli auguri di Pasqua, oltre che alla nonna, li faccio pure  a te... ricorda che un'autostrada con la Luce di fronte, a volte, è un passaporto improvviso verso un luoghi, che sanno diventare solo i nostri... TA



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7 aprile 2009
Piccolo pensiero per i bimbi d'Abruzzo
 

Era uno dei giorni più caldi di quell'interminabile estate a Messina. Benchè fossi piccola per pronunciare e capire parole quali: clima, temperatura o torrido, riuscivo benissimo a fare a mia mamma, sempre, la stessa domanda:

"Perchè a Messina il caldo è più caldo che da noi?"

Noi eravamo arrivate nella città "del terremoto" dai monti agrigentini e ci eravamo arrivate proprio in uno degli agosti più caldi, che la nostra terra ricordi.

Il momento più bello della giornata era al rientro di mamma da lavoro. Abbandonavamo nonna ai suoi ricami e ai suoi libri e partivamo per la nostra gita.

"Passeggiata, Duomo e gelato - passeggiato, Duomo e gelato".

Era il trio di ricompense, che dovevo guadagnarmi tutti i giorni, al costo di fare la brava con la nonna.

La pasticceria era sempre la stessa e le mie preferenze abitudinarie: cioccolato, panna e pistacchio.

Il rito era sempre lo stesso: avvinghiavo il visino contro il vetro del banco gelati, facendolo diventare tutt'uno con esso, poi indicavo con l'anulare i tre gusti.

Quel giorno di agosto, però, nella pasticceria c'era più confusione del solito. Troppi bimbi e altrettante mamme, a scegliere gusti e a digerire leccornie.

Mentre sceglievo il mio cono gelato, voltandomi non trovai mia madre. La cercai con lo sguardo nel perimetro della pasticceria, ma, complici i troppi altri sguardi che si incrociavano con il mio, non la trovai.

Provai una di quelle sensazioni che non si dimenticano. Quella sensazione aveva l'odore del cioccolato e del pistacchio, che mi sbrodolavano tra le mani. Per la prima volta nella mia vita capii cosa significhi sentirsi soli anche in mezzo a tanta altra gente. Quella sensazione sarebbe venuta a farmi compagnia tante altre volte, in età adulta. Ma quei dolori che da grandi impariamo ad addomesticare, da piccoli ci sembrano simili a tutti i lupi cattivi delle favole, radunati insieme.

Quel vuoto durò solo pochi minuti.

D'un tratto sentii la mano vigile, caldo, accogliente di mia madre afferrare la mia. Così come conitnua a fare spesso, anche adesso che non strofino più il naso contro il vetro del banco gelati.

Ieri, vedendo le immagini del terremoto, e soprattutto pensando ai bimbi, rimasti soli, ho rivisto me, quel giorno di tanti anni fa in pasticceria. Ho risentito quell'odore di gelato al cioccolato, che ancora oggi, se mi coglie di sorpresa, mi ricorda che nella vita possono coglierci dolori improvvisi. Ho pensato alla mia ostinazione di voler trovare mia madre. Alla sua di volere ritrovare me. Ho rivissuto perfettamente la gioia sconfinata di quelle due mani ritrovarsi e stringersi.

Mi sono sentita fortunata per tante cose.

Ho pensato a tutti quei bimbi che non troveranno la mano calda della loro madre e che dovranno abituarsi, troppo in fretta, a vincere la paura della paura.

Per loro non ho parole, non posso averne...non credo di essere all'altezza di pronunciarle. Spero soltanto che nessuno di noi, passata questa onda, volti lo sguardo dall'altra parte.




permalink | inviato da Maristella il 7/4/2009 alle 21:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 aprile 2009
La festa e il morto della stanza accanto
Luisa era la donna più bella di Bologna.
Mi sarebbe bastato vederla sorridermi due volte di seguito, per  farmi mandare in ferie obbligate la mia piccola, ma ordinata collezione di certezze.
Era bella come certe mattine sul lungomare di Riccione, quando giugno concede un caldo ancora prudente e l'alba,bagnata di sale, pare il dono più bello che il Capo, da lassù, possa concedere.
Quella sera Luisa sarebbe venuta a casa mia. Avrebbe indossato l'abito da sera e avrebbe scelto il suo cappellino più bello. Aspettavo quel momento da novantacinque giorni e mezzo. Da quando l'avevo incontrata per la prima volta e da quel momento qualcosa di sottile, ma forte, aveva legato la mia anima a quella di lei.
3 minuti e 28 secondi: era questo il tempo della mia beatitudine quotidiana.
Ebbene sì. Avevo cronometrato la durata massima dei nostri incontri giornalieri.
"Buongiorno signor Venanzio"
"Buongiorno signorina Luisa, il solito anche oggi?"
"Sì, un kg e un quarto di pane casareccio"
"Prego, buongiorno"
"Buongiorno e arrivederLa presto".
Pur di vederla sorridere, ero diventato cliente di un panificio proprio ai piedi di San Luca, dalla parte opposta di casa mia. Tutte le mattine svettavo con la mia bici Bianchi di seconda mano e sembravo un Girardengo felice, mentre facevo l'ultima salita che mi separava da lei.
Nessuno avrebbe potuto capire, io per primo non mi spiegavo quale misteriosa combinazione mi aveva rivelato quella donna, che aveva gli anni tutti  nei capelli: ricci, neri, perfettamente scombinati.
Quella sera di ottobre avevo organizzato una grande festa nella sala d pranzo di casa mia.
Avevo scoperto che un amico, del mio amico, dell'altro mio amico, frequentava le stesse lezioni di filosofia di Luisa. In facoltà, ogni tanto, sedevano vicini, anche se tra di loro, in mezzo, c'era sempre Giovannina, l'amica del cuore di Lei. Ogni anno gli studenti bolognesi cercavano case tranquille, dove festeggiare l'inizio dell'anno accademico. Luoghi non troppo lontani dal centro, dove poter fumare qualcosa di più e dove fare l'amore in maniera un tantino più comoda del solito amoreggiare d'emergenza.
Io non frequentavo l'università. Dalla vita sognavo altro: il cinema, le immagini, le storie da raccontare. Da sempre la mia passione era stata quella di guardare oltre i vetri delle finestre della gente. Non avevo velleità da voyeuer. Volevo semplicemente convincermi che bastava guardare al di là delle apparenze, per scoprire giornate di sole, anche in pieno inverno.
Casa mia era il luogo ideale per ospitare i sogni frivoli di molti studenti e per permettere a me di dimostrare a Luisa che nessuno, sia nel tempo passato, che in quello presente, che in quello da venire, l'avrebbe amata così come io già l'amavo.
Vivevo da anni solo con mio nonno Vinicio. Era un uomo silenzioso, che parlava con le tante rughe, che gli ricamavano il viso. Non mi va di spiegarvi qui e adesso il perchè di quella coabitazione pacata, perchè ciò nulla toglierebbe, nè aggiungerebbe al racconto dell'amore mio per Luisa.
Ero felice al punto che, il giorno  della festa, mi ero svegliato che non era ancora l'alba. Ero riuscito a trasformare la modestia anonima di casa mia, in un abitacolo sbarazzino e quasi malizioso.
Nulla poteva andare contro al mio desiderio. Volevo solo poggiare il mio cuore vicino a quello di Luisa, il resto sarebbe venuto da sè. In quei novanticique giorni e mezzo, mi ero sforzato, in tutti i modi, di fare dei piccoli passi, tali da portare aria buona al mio amore per lei. Avevo trovato in me un coraggio e una dedizione che non mi spiegavo, che si allineavo poco con la mia poca pazienza, con certa mia rassegnazione, che mi faceva abbandonare le battaglie prima ancora di iniziarle. Eppure sentivo che quella donna, di cui conoscevo a malapena la voce, era riuscita a sciogliere il nodo più tenace della mia anima. Mi bastava vederla solo per pochi istanti per riconciliarmi con la parte più infima di me stesso. Capivo che non potevo che amarla sempre. Così per com'era. Così per come ero io.
Mentre sentivo le voci dei miei invitati salire le scale, in direzione del mio pianerottolo, il mio orecchio è stato perforato da un urlo tremendamente ostile, proveniente dalla stanza da letto di nonno.
Entrato mi sono ritrovato davanti all'unica scena che la vita, quella sera, non avrebbe dovuto srotolarmi.
Mio nonno era morto.
Da mesi aspettavo che per lui arrivasse la fine. La mia era l'attesa tranquilla di chi non ha nulla da rimproverarsi. Negli ultimi mesi, da quando lui era entrato in un limbo vegetativo ed esiliato, gli avevo regalato non dosi, ma porzioni affettuose di cure. Gli ero stato vicino sforzandomi, nella mia limitatezza, di ricambiarli almeno un quarto di tutto l'amore con cui lui mi aveva svezzato.
Bene, anzi male. Era una serata di ottobre, quella candidata, dalla sorte, per farmi realizzare il mio sogno d'amore. Io mi ritrovavo in una camera da letto vecchia, ma dignitosa, in compagnia di un morto.
Avevo due opportunità: mandare tutti a casa, Luisa compresa, rinunciare alla festa e cominciare una veglia funebre, che non avrebbe fatto tornare in vita nonno Vinicio. Così facendo avrei fatto fare mille passi indietro a quell'unico grande passo, maturato in quei 95 giorni e mezzo, carichi di amore, impegno e soprattutto di speranza.
Oppure avrei potuto scegliere di aprire la porta, fare entrare tutti a casa mia e spalancare le porte del mio cuore a Luisa, perchè il nonno, comunque, "non sarebbe tornato a vivere o non sarebbe morto una seconda volta".
Guardai il nonno. Strinsi forte le sue mani tra le mie:
"Nonno Vinicio, so bene che capirai, anzi, se tu potessi parlarmi, adesso, mi suggeriresti di fare quello che accadrà tra poco. Ti amo nonnino bello. Giuro, domani vendo la bici, la cinepresa e pure il mio paltò e ti faccio fare un funerale che tutta Bologna ne parlerà per mesi, che dico per anni. Nonnino mio bello, ti amo e anche per questo non posso rinunciare a Luisa. Anche tu mi hai insegnato che 'se passa il santo e non ti raccomandi in tempo, passano anche i miracoli'.
Baciai nonno Vinicio.
Aprii la porta.
Davanti a me c'era Luisa, bella come non potrei descrivervi.
La presi per mano.
Lei mi lasciò fare.
Da allora ci siamo amati, per non perderci.
Con Luisa abbiamo camminato - e continuiamo a camminare -  insieme per sentieri a volte lievi, altre pieni di peripezie. Ma da quella serata d'ottobre, in cui abbiamo scelto di festeggiare il nostro amore, malgrado di fianco ci fosse nonnoVinicio, che transitava verso il Cielo, abbiamo compreso che sarebbe bastato quel piccolo passo falso - dettato dal dovere di dare conto alla convenzione, alle cose che si devono fare perchè "sennò pare brutto", perchè altrimenti la gente ci sparerà addosso giudizi e maldicenze...perchè dobbiamo accomodare la faccia - per fare volare lontano la possibilità del nostro amore, quasi fossero i pezzi di un giornale stracciato.
"Tanto tuo nonno non sarebbe risuscitato, nè sarebbe morto un'altra volta"
Mi rispose così Luisa, quando le raccontai la verità su quella sera. Il suo candore mi convinse che avevo fatto la cosa giusta. La vita, poi, ha fatto il resto, premiando quel passo importante, dal quale ho avuto il coraggio di non tornare indietro.
A nonno Vinicio, feci il funerale che meritava. Gli porto i fiori tutte le domeniche e dedico a lui la mia vittoria più grande.

Luisa è bella come allora, anche se da quel giorno sono passati quasi quarant'anni.
La amo, come quando andavo a comprare il pane sotto san Luca. Anzi adesso la amo di più...


Questa storia è liberamente tratta da un'intervista, che ho sentito fare al grande Pupi Avati, a cui sono grata per avermi regalato, inconsapevolmente, questo incipit.

Ps: Caro A...e quanto è bella questa storia...te la regalo...e TA




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29 marzo 2009
e bravo il mio papà
Caro Papà,
difficilmente ti dedico un post. Sarà perchè, dal momento che siamo fatti della stessa identica pasta (condividiamo le medesime fragilità, questo ci rende simili a due calamite e allo stesso tempo "timorosi" l'uno dell'altra), a volte preferiamo tacerci alcune cose.

Voglio dirti che sono fiera di te.
Lo sono perchè ieri, sentendoti suonare, a teatro, ho sentito il nodo in gola, che provo tutte le volte che devo fare un'intervista importante, che devo scrivere un pezzo nel quale credo in modo tutto speciale, che devo misurarmi con qualcosa, che mi sembra tanto più grande di me.
Sei stato bravo davvero, per me il più bravo di tutti. Ma io sono di parte e mi auguro che tutte le figlie in sala, vedendo esibire i loro padri, abbiano provato la stessa emozione che ho provato io.
Mi sono ritrovata di nuovo piccolina, ai tempi in cui camminavamo con il registratore dietro e mi facevi imparare decine di canzoni, che poi cantavamo io, tu e la tua inseparabile chitarra.
Ieri sera ho seguito il filo di tutte le tue note, ho sospirato all'unisono con te per gli accordi più complessi e ho avuto la certezza che avresti saputo gestire la situazione, perchè il tuo "orecchio assoluto" non fallisce mai. Me lo hai insegnato tu che forse, ancora prima di saperle suonare, le note è importante saperle ascoltare. 
E poi quella Nicuzza, dolce e inaspettata, è stato il regalo più bello. Tu non hai potuto sentirmi, ma io l'ho cantata sottovoce. Dalla prima all'ultima strofa L'ho cantata pensando a tutte le volte, che ancora la cantiamo insieme. Perchè la musica ci aiuta sempre a rompere certe nostre piccole esitazioni.
E' stato bello stasera vestirsi bene, avere l'ansia piacevolissima dell'attesa e poi sedersi e aspettare che fosse il tuo momento.
Bravo papy, di musicisti, adesso, ne conosco diversi, ma tu resti il migliore di tutti...sarà che tu mi hai insegnato l'amore per la musica e di questo, come di molte altre cose, la mia anima ti sarà grata sempre...

PS: Caro A...che dirti... pioggia di sorrisi, underscor e poi la frase di un nostro amato cantautore: "voglio te, perchè cu tte i sò cuntenta"....TA
 



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23 marzo 2009
Buttati!

Il fuoco e una Luce. Martina vedeva solo questo davanti al suo lettino. Si era svegliata d'improvviso con un nodo in gola stranissimo. Appena aperti gli occhi aveva sentito solo urla, fumo e un odore acido, che le saliva sulle palpebre, impedendole anche di piangere.
Aveva cercato con gli occhi Susanna, la baby sitter, che ogni mattina la svegliava, ma solo dopo che mamma e papà le avevano dato il bacio silenzioso del buongiorno.
Susanna non c'era.
Forse era scappata via. Era riuscita a scampare a quell'inferno improvviso, che si era stagliato sulla serenità di uno dei soliti risvegli familiari.
Martina era rimasta sola.
Sola con i suoi pochi anni, i suoi occhi chiari e i tanti peluche, anneriti dal fumo.
Martina aveva recuperato quel coraggio inconsciente, che è di tutti i bambini ed era riuscita ad avvicinarsi al davanzale della finestra, che stava proprio vicina al suo lettino.
Da lì arrivavano le voci, le uniche, in grado di riattaccarla con il mondo, quello che poteva salvarla.
"Martina buttati, buttati. Piccola, dai dai non avere paura".
La piccola sentiva quelle voci, che la invitavano a buttarsi giù da quella minuscola finestra.

Aveva paura. Seppure fossero solo al primo piano, di quell'enorme edificio, che si era svegliato tra fiamme più alte di lui, Martina non riusciva a lanciarsi. Aveva la lucidità di capire che tra quelle fiamme non avrebbe avuto scampo, ma sapeva anche bene - glielo avevano sempre raccomandato mamma e papà - che sporgersi e cadere giù sarebbe stato altrettanto pericoloso.
Le lacrime avevano iniziato a prendere possesso degli occhi limpidi della bimba. Le rigavano il volto, ma non lo consolavano, anzi. La lanciavano dentro un buco nero di terrore, troppo profondo per essere sopportato da una creatura tanto piccola.
Il fumo si faceva sempre più insopportabile e Martina aveva deciso di addormentarsi in mezzo a quell'inferno, che le era capitato di fronte.
A un certo punto Martina, tra le voci confuse che la invitavano a lanciarsi di sotto, ne aveva distinta una.
"Martina buttati".
Era nitida, distinta, forte, vera. Superava, in ampiezza e profondità, le voci di tutti gli altri, che si contendevano la salvezza della piccola.
"Papà".
Martina lo aveva riconosciuto.
Chiuse gli occhi, aprì il cuore, spalancò le braccio e si lanciò con fede dalla finestra.
Un volo veloce, ma grande, durante il quale Martina si senti sollevata da due ali minuscole.
Si ritrovò tra le braccia robuste di suo padre.
Era salva.
"Papà, guarda, controlla, mi sono spuntate le ali, vero"?
"Sì, piccola mia, hai due ali grandi che non si vedono, si chiamano amore e fiducia. Loro ti hanno salvata e adesso rimarranno sempre con te"
"Amore e fiducia", ripetè Martina
"Amore e fiducia, le tue ali, le ali di chi spera"...
L'amore e la fiducia l'avevano salvata...

Ps: Caro A...oggi TA ancora di più"




permalink | inviato da Maristella il 23/3/2009 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
22 marzo 2009
Alla luce del sole...
 

Semplicemente...grazie don Pino...e grazie Giuiuzza beddra...

Ps: Caro A...don Pino diceva sempre...l'amore vero vedrà la luce del sole...TA



permalink | inviato da Maristella il 22/3/2009 alle 1:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
18 marzo 2009
e se lo aspetti un giorno forse passerà
C'è una canzone di tanti anni fa, che ha una bellezza preziosa, nascosta da tanti veli, che pare la proteggano. La conobbi con mio padre, la amammo subito e in breve tempo la imparammo a memoria.
"Il capo dei giocattoli si ricorda di giocare e lo ricorda al mondo intero che non sa più come si fa. Lui manda dei segnali e poi recapita i regali...e se lo aspetti forse un giorno passerà"
A quindici anni non capivo bene chi fosse questo "Capo dei giocattoli" che "prima o poi mi insegnerà a stare un po' più calmo soprattutto alla mia età"...
Oggi lavoravo con delle immagini degli eroi della nostra terra. Avevo davanti i sorrisi di Falcone, Borsellino,  don Pino. Per caso, tra i tanti file che scodinzolano nel web, ho ritrovato quella bella canzone, che come molte cose belle è rimasta incompresa.
L'ho messa in sottofondo, mentre mi scorrevano davanti filmati e fotogrammi nei nostri "uomini dal sorriso vero".
Non so perchè, ma ho pensato che forse anche loro, Falcone, Borsellino, Don Pinuzzu, sebbene avessero le spalle cariche di fardelli troppo pesanti per i più, nella profondità delle loro anime credevano fermamente al loro "Capo dei giocattoli".
Ci credevano con serenità, regalando a quella speranza l'unica prerogativa che l'avrebbe resa certa: la fiducia. Perchè le essenze importanti, quelle in grado di cambiare in meglio il nostro e l'altrui mondo, meritano fede e soprattutto un'attesa sapiente.
Ho pensato che forse per ciascuno di noi dovrebbe esserci un "Capo dei giocattoli" da aspettare, così da caricare le nostre giornate di un "aspettare premuroso", quello che fa credere che ci saranno cose belle da fare oggi, domani e, se così non sarà, è solo perchè l'appuntamento è rinviato al giorno dopo ancora.
Ho riascoltato la canzone con l'entusiasmo dei miei quindici anni e con il piccolo margine di consapevolezza, che ha acquisito il mio cuore nel tempo...
E' scesa giù qualche lacrimuccia, che è arrivata alle giuste altezze del mio cuore...
Credo fermamente che a essere sognatori (io lo sono) non si perda mai, a patto però che nei sogni si creda, che in questi si lanci il cuore, la fede e la certezza che, come dice la canzone "Se ci credi, il capo dei giocattoli, un giorno arriverà"...
Vi consiglio, se vorrete, di ascoltare questa canzone, che forse non vi ricorderà nulla proprio perchè è rimasta sconosciuta...
Ma vi garantisco che sarà un sogno da sognare, una piccola carezza per la malinconia, una nota intonata dentro il cuore...
http://www.youtube.com/watch?v=dFZDquxQVJc

PS: Caro A anche tu sai sorridere...l'ho capito dal primo giorno...ti regalo una frase, che ho letta oggi: Ogni conchiglia, ovunque si trovi, conserva sempre il profumo del suo mare..TA






http://www.youtube.com/watch?v=dFZDquxQVJc



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4 marzo 2009
I due Luca e i loro "Più su"

 Complice una canzone del grande Renato, il ricordo di un indimenticabile concerto all'Olimpico, oggi, tra la pioggia e le parole, ho ripensato a Luca.

Luca era un mio collega.

Chiacchierone all'inverosimile, ossuto e testardo, fragile e sognatore. A lavoro litigavamo spesso, ma lo facevamo con quella simpatia tutta sicula e senza tenerci mai rancore (e anche in questo noi siculi siamo bravissimi). Alla fine della giornata, poi, risollevavamo gli animi stanchi, descrivendo, l'uno all'altra, quello che avremmo imbandito nelle nostre rispettive cene.

Luca, quella sera del concertone dell'Olimpico, mi "salvò la vita". Io ero rimasta a piedi, lui, che viveva a due passi contati dallo stadio, scelse di accompagnarmi. Ci "imbarcammo" sul suo cinquantino sgarrupato. Lui mi diede il suo casco e per "beffare" le forze dell'ordine si mise un berrettino scuro. Sul più bello cominciò pure a piovere. Abbiamo attraversato tutta Roma, cercando di scansare i posti di blocco di Vigili, Polizia e Carabinieri (e quella sera ce n'erano parecchi, vi assicuro). Parlammo a lungo, forse per la prima volta davvero. Ci raccontammò i rispettivi naufragi sentimentali, commentammo il concerto e poi, una volta arrivati davanti al mio portone, lui da siculo premuroso, disse:

"Mari, aspetto che entri, ma sappi che mi devi una cena...mi inviterai una di queste sere"

"Contaci". Gli risposi.

"Mi fai la pasta alla Norma di cui mi parli sempre?"

"Certo".

Io non ho più potuto offrire quella cena a Luca.

Quella era, per contratto, l'ultima nostra sera lavorativa insieme. Ci siamo persi di vista.
Succede.
Purtroppo.

Luca, un mesetto dopo il concertone all'Olimpico, era volato "PIù su".

Io non mi ero accorta di nulla. Questo mi ha fatto piangere il doppio, quando ho saputo la notizia.

Oggi Luca è tornato nei miei pensieri. Ho rivisto i suoi occhi vivaci, che nascondevano a perfezione la sua prudente solitudine. Ho risentito le nostre voci "gracchianti", quando dividevamo i battibecchi in ufficio. Ho ricordato quel tragitto dall'Olimpico fino a casa mia.

Per caso, mentre si avvicendavano questi pensieri, ho aperto la posta elettronica. Ho trovato la foto inaspettata di un altro Luca. Un caro amico mi ha presentato un piccolo Luca, nato da poco, con gli occhi immensi, proiettati verso un futuro, che gli auguro di cuore possa essere pieno zeppo di Luce.

Il piccolo Luca, da quanto leggevo nella email, mandatami dal suo "zietto", nella battaglia della vita ha dovuto lottare sin da subito per farcela. Ma adesso anche lui si è guadagnato il suo "Più su". La vita ricompensa sempre chi dice sì con Amore... solo così, credo, ciascuno può conquistare il suo "Più su"....

Ps: Caro A...è vero la distanza tra Luca e Luce sta tutta in una lettera...ma l'essenza è solo Amore...




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22 febbraio 2009
Candido l'ultimo maestro
 Il giornalisti, quelli che lo sono nell'anima, hanno un unico grande sogno. Essere giornalisti dal primo all'ultimo giorno della loro vita. Sarà perchè giornalisti veri si nasce. Candido Cannavò è stato e continuerà a essere una di queste pochissime eccellenze. Per chi si sforza di fare questo mestiere e di farlo con dignitià, oggi è morto un maestro. Forse l'ultimo vero maestro rimasto nel nostro paese.
Sarà che, crescendo nel mio sogno e leggendo i Biagi, i Montanelli e i Cannavò ho appreso (e spero un giorno di impararlo), che il vero giornalista si sporca le mani scendendo in campo, ma gli basta un getto di acqua perchè queste tornino pulite. Il vero giornalista non si sveglia pensando che "deve fare la giornata"  quindi gli basterà una qualsiasi notizia, tanto da fare girare il nome. Il giornalista, che nasce tale, conosce poco le interviste telefoniche, ma ama guardare in faccia i nomi che scriverà sul giornale - sia da vivi, che da morti. Il contrario gli pare quasi un sacrilegio. Il vero giornalista ci crede davvero e non sprecherebbe una sola virgola al servizio di un notizia che non gli appartiene del tutto. Al contrario si accontenta di stare una settimana intera "a digiuno". Il giornalista vero ha il coraggio di svestire i panni aridi della cronanca e di distillare lacrime sincere se muore uno dei campioni, su cui ha riversato fiumi di inchiostro (non dimenticherò mai il volto di Cannavò ai funerali di Pantani). Il vero giornalista sa anche ridere di gusto, perchè se è vero che in questo mestiere si corre sempre, è ancora più vero il fatto che solo un incompetente non sa rallentare quando è il caso. Il vero giornalista sa guardare oltre l'apparenza e sa vincere la tentazione di fotografare solo le prime verità (Cannavò ha creduto in quel dolcissimo mondo degli ultimi, dei diversi. Ha dedicato un libro intero alle storie coraggiose dei disabili. Ma per vedere questo non ci vuole l'occhio cinico del cercatore di scoop. Ci vuole la vista lunga di un uomo vero). Il giornalista vero crede sempre nelle favole esalta i buoni e ha il coraggio di sbugiardare il lupo cattivo. Cannavò amava il ciclismo all'inverosimile, ma non ha mai risparmiato alcuno dei suoi eroi sportivi, quando questi si sono macchiati con la vergogna del doping. Il giornalista vero è convinto che anche le buone notizie possano meritare una prima pagina. E non si stanca mai di andare e tornare e ripartire e ritornare e ripartire ancora. Cannavò ha seguito i giri, i tour, le vuelte, i campionati e migliaia di altre cose. Lo ha fatto fino alla fine con l'entusiasmo di un bimbo, che la mattina si sveglia e si prepara ad andare a una gita. Questo è un giornalista vero. Questo e chissà quanto altro è Candido Cannavò. Lo ricordo con una sua frase, capace di percuotere le anime stanche: "Il miracolo della vita può fiorire sempre".
Ciao maestro, che sei stato Candido nel nome e in tanto altro...

PS: "Caro A...'Il miracolo della vita può fiorire sempre'...anche noi ci crediamo...TA



permalink | inviato da Maristella il 22/2/2009 alle 20:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 febbraio 2009
Un amore perfetto
 "Tu sì na cosa granne pe mme"
 Marco la canta ad Anna.
Anna risponde:
"Tu sì na cosa granne pe mme".
Il loro è un amore perfetto.
Si riconosce subito da come le loro voci si intonano, mentre pronunciano la frase di quella canzone, di cui loro, sicuramente, non sanno null'altro.
Marco&Anna - li scrivo così solo per differenziarli da quelli famosi, cantati e ri-cantati da Dalla -distribuiscono il loro amore perfetto ai passanti, ma non se ne rendono conto.
Si amano e basta.
La fretta di chi  gli passa vicino non li sfiora neppure.
Fa freddo alla stazione centrale di Palermo, dove li incontro. E' una delle giornate più pungenti degli ultimi inverni.
Marco&Anna guardano in lontananza le Madonie cariche di neve.
"Talè, pare zucchero filato".
Dice lei.
"Dai, ca dumani ti cci portu e lo lecchiamo tutto con la lingua lo zucchero filato".
"Sì, ma sarà freddo e poi come ci andiamo senza la macchina".
"Chiederemo un passaggio a qualcuno".
Mentre parlano Marco la stringe dentro il suo cappotto di lana cotta marrone. Quel loro abbraccio non fa passare nulla in mezzo. Nè le scosse continue del vento, nè le impercettibili gocce di nevischio, nè le falciate indiscrete di chi si ferma a vedere solo l'apparenza di quei due innamorati.
Marco&Anna si raggomitolano l'uno dentro l'altra e con la luce che esce da loro sembrano scaldare la panchina gelida, che fa loro da trono. Non scaldano solo la panchina, ma anche i binari stanchi di addii, i treni e la loro puzza, la solitudine di chi arriva e parte solo, la condanna di chi non ha ancora avuto il coraggio di scegliere da che parte andare. Anna mangia le patatine del Mac e mentre le intinge nella maionese si sporca tutto le dita. Marco gliele pulisce con la lingua. Sorridono e il loro amore è perfetto e anche loro con lui.
Un tizio con un impermeabile grigio di vecchio e una valigia vuota, guardandoli ride largo e senza anima.
"Talè a ddri du babbi".
Io penso.
"Già, guardali bene a ddi du babbi e prova, proviamo a non dimenticarli in fretta se ci riusciamo".
Marco&Anna continuano ad amarsi su quella panchina fredda, mangiano le patatine del Mac, guardano la neve sulle Madonie e sognano di andare a fare una gita anche solo per capire se quella è neve, come dicono alla tv, o zucchero filato, come si sono convinti. Si stringono, si baciano tanto e senza fretta, siprendono cura l'uno dell'altra e pare che nulla pare possa fare loro del male. Hanno occhiali grandi e fuori moda, le mani un po' sporche e vestiti con i colori a casaccio. I loro sguardi però sono sereni, i più sereni di tutta la stazione centrale, forse di Palermo intera...chissà...
Marco&Anna sorridono, si stringono, si amano...e sono felici...in quella che gli altri pensano sia imperfezione. Hanno un amore perfetto tra le mani e dentro il cuore e loro lo sanno benissimo.
"Tu sì na cosa granne pe mme". Dice Marco.
"Tu si nacosa granne pe mme". Risponde Anna
E il loro amore è perfetto...

"Ps: Caro A...tanto mi salvaguardi tu, vero? e se lo dice uno che 'ritrae' anime da una vita intera, forse dobbiamo crederci...TA



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18 febbraio 2009
Il culo di Bonolis
 Bonolis ha un culo meraviglioso. Tutti vorremmo averlo come lui. 14 e passa milioni di telespettatori per la serata di esordio di un festival noioso come tutti gli altri. Ditemi se questo risultato non è degno da un cispagno da Nobel?
Sarà stato quel costante "seguiteci se lo vorrete", che Paolo ha intercalato spesso e volentieri nel corso di tutta la serata (sarà che in tempi di invasioni costanti, sentire qualcuno che parla con garbo, che invitando usa il condizionale, pare un'eccellenza), sarà stata la voce di Mina su un Puccini, che, secondo il mio modesto avviso non le è calzato per nulla a pennello (azzz, ma un remake sbarazzino di Tintarella di luna non sarebbe stato meglio?), sarà stato Benigni/monumento che ha fatto ridere e più che ridere (facendo esplodere di felicità  pancia, testa, occhi e cuore), sarà stato Povia e il suo cartello (unica nota stupida in un'esibizione intelligente), sarà stata quella perla, sul finale, quella canzone, Egocentrica, sussurrata e "improvvisata" da una cantante sconosciuta, tale Simona Molinari che, ne sono certa, diventerà qualcuno ( jazzista di lusso, propinata intorno all'1 di notte, con tanto di assolo alla tromba del grande Fabrizio Bosso). Sarà stato che Paolino, molto semplicemente, ha culo. Punto. L'impresa non era facile. Non lo era davvero. In tempi in cui la Rai non ne azzecca una, quanto a media event, centrare la carta Sanremo, dopo il fallimento baudesco dello scorso anno, era davvero una bella scommessa. Paolo ce l'ha fatta, anche perchè, se è "buona la prima" le altre non potranno che andare bene. Già lo immagino, appena sveglio, stamattina, con il cuore mezzo in gola e mezzo nella pancia, ad aspettare il supplizio dei dati Auditel. Provo a immaginarne la gioia all'arrivo dei fantomatici "fax dalla centrale romana". Piaccia o non piaccia, Bonolis ha due pregi: non si risparmia e sa essere convincente sempre. Che questo basti, in tempi di qualunquismo, di poco impegno e di superficialità? Se ieri è riuscito a condurre nave naviganti fino allla prima meta, direi di sì.
Vedremo adesso che succederà.

Ps: Caro A la mia dolce mammina, finito il Festival mi ha chiesto: "ma un c'è un Dopo Festival?"
Azzz, "picca ci parsi"....TA



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Su di me: sono una trentenne "immatura", sono una giornalista, mi piacerebbe diventare una chef e adottare una colonia di labrador. Per ora mi "accontento" della mia dolce Dafne

Grazie ad Alessandro, con lui ogni giorno è una scoperta,

Grazie a mia nonna, che da piccola mi raccontava le favole e che mi ha fatta innamorare della narratività

Il libro che mi ha cambiato la vita: Le notti bianche

Quello di cui posso fare volentieri a meno: l’Ulisse di Joyce

Giornali: Repubblica, Giornale di Sicilia, Daily Telegraph, Libero, l'Espresso, Fronimo"

Films: Nuovo Cinema Paradiso, The others, American Beauty, Jules et Jim, La sconosciuta

Le parolacce? Servono a toglierci dalla vetrina imperfetta delle nostre buone intenzioni.

Il mio pregio/difetto: Sono un'inguaribile nostalgica

Una canzone per svegliarsi: Egocentrice di Simona Molinari

per lavorare, mentre scrivo: Ludovico Einaudi

per addormentarmi: Fado Mae di Dulce Pontes

Il mio uomo ideale: semplicemente A

A cena con: Corrado Augias, per chiederli se è vero, come dice nel suo ultimo libro, che a tredici anni riuscì a leggere "Guerra e pace"

Il viaggio: A marzo scorso, il giro d'Italia in macchina con Alessandro e Dafne

L’intervista: ad Andrea Camilleri, ero giovanissima, per nulla altezza e allora mi resi conto, una volta e per tutte, che l’umiltà è un’arma inossidabile

Sogno sotto il cuscino: aprire un ristorante

Dipendenze: Cpizza, cioccolata, almeno una canzone della Pausini al giorno

Sulla religione
: credo che Dio, dall'alto, sorrida e pensi "Fate pure l'amore e pensate meno gli uni ai fatti degli altri".